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domenica 17 novembre 2019
 
Caritas Giordania
 
Credere

Wael Suleiman. Non dimenticate i cristiani del Medio Oriente

19/07/2018  «Non basta mandare soldi, abbiamo bisogno di pace», dice il direttore di Caritas Giordania. Da 70 anni il Paese accoglie profughi dalle regioni vicine mentre i cristiani continuano a diminuire. «Siamo il 2 per cento della popolazione, ci sentiamo abbandonati»

«Sono sicuro al 100 per cento che Dio vincerà». Non ha dubbi Wael Suleiman, direttore di Caritas Giordania. Nonostante le difficoltà e le tensioni che si vivono nel Medio Oriente, «se sei un cristiano  non puoi perdere la fede, perché hai una missione d’amore», dice Suleiman. «La fede è stata seminata da Dio in me e io so che l’amore vincerà, anche se magari non lo vedremo noi ma le prossime generazioni».

Generazioni destinate a essere sempre più mescolate, visto che attualmente in Giordania ci sono due milioni e mezzo di stranieri, di cui 800 mila siriani e 500 mila iracheni legalmente registrati come profughi dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati). «Ci sono poi un milione di lavoratori egiziani e 30 mila rifugiati palestinesi non ancora in possesso di cittadinanza», prosegue Suleiman. «Si arriva, così, al 40% della popolazione, che è di sei milioni e 600 mila abitanti». Da settant’anni il Paese è sottoposto a una prova grande: «Ricevere, accogliere e far fronte ai bisogni di milioni e milioni di profughi. Noi siamo chiamati ad amare tutti, è naturale aprire le porte. Ma la Chiesa giordana è piccola: i cristiani sono solo il 2 per cento. La sfida è grande e non viene solo dall’esterno. Parte della sofferenza del popolo cristiano in Medio Oriente dipende dal fatto che la Chiesa non è stata in grado di sostenerlo. Negli ultimi quarant’anni abbiamo perso il 95 per cento dei cristiani».

LA GUERRA E I PROFUGHI

In Giordania sono arrivati siriani in fuga da una guerra che si è accanita prevalentemente sui bambini. «“Se Dio ancora esiste, perché non fa qualcosa? Perché non interviene?”: me lo chiedono i miei figli quando in televisione vedono immagini di bambini che soffrono. Io e mia moglie cerchiamo di spiegare loro la verità: questa è una guerra tra il bene e il male, tra l’amore e l’odio».

Per questo, prosegue il direttore di Caritas Giordania, c’è bisogno «della testimonianza, del nostro essere strumenti di Dio»: «Un ragazzo siriano ha scritto sulla parete della sua casa: “La vita mi ha offerto la morte”. Ma com’è possibile? Siamo nati per vivere, non per morire. Questi ragazzi devono credere che la vita offre felicità, non morte».

In tutta questa sofferenza Suleiman ammette che i cristiani del Medio Oriente si sentono abbandonati: «La Chiesa universale ha mandato un po’ di soldi e poi se n’è lavata le mani, perché dà più importanza al cristianesimo che ai cristiani; alle pietre che agli uomini. Vescovi e sacerdoti spendono un sacco di soldi per costruire nuove chiese, vengono in pellegrinaggio per incontrare pietre, non per conoscere persone fedeli a Cristo da 2000 anni. Ma fra dieci anni, se non cambierà qualcosa, qui resterà solo qualche religioso anziano. La nostra storia è piena di dolore: i cristiani hanno sempre dovuto scappare, a partire da Maria e Giuseppe. Anche la mia famiglia è scappata, prima dal Libano, poi dalla Palestina. Con noi c’è solo il Papa, ma la sua voce non è ascoltata».

DESIDERIO DI CASA

  

Secondo il direttore di Caritas Giordania anche la comunità internazionale è assente: «Ha una politica molto debole. E i grandi come Nelson Mandela, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, Chiara Lubich e Giovanni Paolo II sono morti. Se qualcuno ci ascoltasse, saprebbe che il nostro popolo chiede la pace. I soldi non sono mancati: non significa che non ne abbiamo bisogno, ma hanno anche complicato la situazione. I miliardi e miliardi spesi in tutti questi anni, che cosa hanno cambiato? Niente. Chiedete ai profughi siriani di che cosa hanno bisogno. Vi diranno: di tornare a casa e vivere in pace. Se hai perso tutta la tua storia, i soldi non te la possono restituire».

Suleiman, 45 anni, è sposato con Rula. Hanno quattro figli: Fadi (14 anni), Marianne (12), Mira (10), e Maya (9). Vent’anni fa, dopo aver aderito al Movimento dei Focolari, ha iniziato a lavorare a Caritas Giordania. «Così ho conosciuto il legame tra il Vangelo e la vita». La struttura che oggi guida, racconta, è grande: «3.500 tra volontari provenienti da tutto il mondo e impiegati, cristiani e musulmani». Il vero dialogo, aggiunge, è quello della vita. «Nei centri sanitari assistiamo circa 400 mila persone all’anno; facciamo scuola a più di 15 mila bambini siriani; offriamo servizio psicologico − chi è scappato dalla guerra ne ha un gran bisogno − e umanitario». Non è una missione facile: «Cadiamo ogni giorno 150 volte, ma altrettante volte ricominciamo. Questo è il segreto dell’amore: non puoi cadere e rimanere a terra, devi alzarti e ripartire».

IL FUTURO E LA SPERANZA

Ora, chiude Suleiman, si deve guardare avanti: «Se non c’è speranza, c’è la morte. Dobbiamo lasciar andare il passato e parlare di futuro. Quest’anno, con una ventina di volontari di Caritas Giordania, ho partecipato al Festival biblico di Vicenza, dedicato proprio al futuro. È importante far crescere la voglia di un futuro migliore e lavorare per esso».

GIORDANIA. LE TENDOPOLI PIÙ GRANDI DEL MONDO

  

Secondo l’Unhcr, Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, dal 2011 al 2017 circa 800 mila persone in fuga dalla Siria hanno trovato scampo in Giordania. Oggi nel Paese ci sono diversi campi profughi. Quello di Zaatari, nel nord della nazione, detiene il triste primato di più grande del mondo: raccoglie 79 mila persone. Seguono quello di Azaraq (53 mila) e l’Emirates Jordan Camp di Zarqa (più di 7 mila). La qualità di vita nei campi profughi è proibitiva e spesso chi ci vive si trova costretto a lavorare in condizioni di sfruttamento. Inoltre scarseggiano viveri e l’assistenza sanitaria non è garantita.

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