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domenica 25 ottobre 2020
 
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Willy, ucciso a botte: più che mai è necessaria un'educazione contro la violenza

07/09/2020  «Con tutto il bisogno che c’è di educazione emotiva e di educazione alla risoluzione del conflitto, come può succedere che Willy muoia a 21 anni, in questo modo così orribile?». Le riflessioni dello psicoterapeuta Alberto Pellai

La morte di Willy Monteiro pestato a sangue e giunto praticamente esanime al pronto soccorso dove ha esalato l’ultimo respiro ci mostra un ennesimo episodio di gioventù allo sbando e di esaltazione della violenza fine a se stessa. Willy è morto per mano di due fratelli la cui identità si è costruita intorno alla propria fama di picchiatori. Dediti alla boxe estrema, i due sono stati chiamati in causa da un giovane trovatosi al centro di un litigio in cui Willy ha provato ad agire da pacificatore. Il motivo del litigio sembra essere stato un apprezzamento ad una ragazza già impegnata con uno dei quattro indagati per omicidio preterintenzionale. Willy dopo il litigio si è allontanato ma è stato poi raggiunto dal gruppo dei quattro che lo ha pestato fino a ridurlo in fin di vita. 
E’ una storia orribile in cui i protagonisti del pestaggio sono raccontati come due persone dedite alla boxe estrema, oltre che con precedenti penali e già noti per abuso di stupefacenti e coinvolgimento in risse violente. Emerge un quadro tristissimo basato sull’idea che il vero maschio si “tiene”  la sua donna facendo fisicamente fuori chi prova ad importunarla. E’ questo quello che ha fatto il ragazzo che ha generato la lite: prima ha picchiato chi ha osato avvicinarsi alla sua ragazza. Poi, non pago, ha chiamato due picchiatori di professione che hanno agito da veri e propri sicari per lavare l’onta subita. 
Può davvero succedere, in pieno terzo millennio, che i nostri figli si muovono in ambienti regolati da leggi tipiche dell’uomo delle caverne? Può questa violenza assurda e cieca essere tollerabile nel mondo dei maschi, come sistema che regola ogni sorta di conflitto, presunto o reale?
Di fronte a questo genere di fatti, dobbiamo domandarci - come mondo adulto - che cosa succede a certi figli che crescono con il mito della potenza fisica, del culto del corpo, dell’affermazione violenta della propria dominanza sui pari. Come possono esistere palestre che allenano a diventare picchiatori invece che sportivi? Come può essere che nei cellulari dei nostri figli esistano i numeri di qualcuno che, se lo chiami, viene e picchia chi ti ha procurato un fastidio o un problema? Con tutto il bisogno che c’è di educazione emotiva e di educazione alla risoluzione del conflitto, come può succedere che Willy muoia a 21 anni, in questo modo così orribile? 
Sono domande che non dovremmo nemmeno porci. E invece, di fronte alla morte assurda, violenta e intollerabile di un ragazzo che potrebbe essere nostro figlio, non possiamo evitarle. E da oggi, ricominciamo a parlare di prevenzione della violenza, del bullismo. Ma soprattutto di educazione di genere. Tanto vituperata, ma come questo caso ci dimostra, mai cosi necessaria come ora. Un’educazione che insegni non solo alle ragazze cosa vuol dire non diventare oggetto posseduto da chi dice di amarti e invece ti usa come un trofeo o un soprammobile. Ma soprattutto che insegni ai nostri figli maschi che la relazione si costruisce attraverso il dialogo, l’empatia, l’accoglienza dell’altro. E che il ricorso alla violenza ci spinge nel territorio delle bestie e annienta millenni di evoluzione della specie. 
 

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