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lunedì 09 dicembre 2019
 
 

Yara: no all'informazione a sensazione

10/07/2014  L'informazione-intrattenimento approfitta dei casi drammatici della cronaca. Ma lo spettatore si può difendere. Ecco come.

Yara Gambirasio.
Yara Gambirasio.

Il fermo del presunto assassino di Yara Gambirasio ha inevitabilmente occupato le prime pagine dei giornali e dei settimanali, oltre alle aperture dei telegiornali e a molti altri spazi nei palinsesti televisivi. Una ragazzina uccisa senza un perché da chissà chi diventa inevitabilmente una notizia, per cui i media non possono non parlarne. In particolare, i giornalisti non possono evitare l’argomento, sulla base di quel diritto di cronaca che è, in realtà, anche un dovere.

Dal canto suo, la vasta platea dei destinatari, a cui tutti apparteniamo, chiede di sapere non soltanto cosa è successo ma anche quali possono esserne le possibili cause. E, nei casi di cronaca nera, vuole sapere chi si è macchiato di un delitto tanto grave quanto un omicidio. Il desiderio che il colpevole sia assicurato alla giustizia è non soltanto legittimo ma addirittura auspicabile.

Il punto critico, semmai, riguarda la forma della cronaca e le modalità narrative scelte per esporre i fatti. E qui il crinale riguarda la differenza fra il racconto e la sua rappresentazione. In questo senso, è evidente la differenza di trattamento dei delitti da parte dei diversi media. La televisione è il mezzo che più di tutti gioca sull’impatto emotivo, anteponendo il registro passionale a quello razionale.

Le immagi di un’inquadratura o un filmato catturano la nostra attenzione molto più di un testo scritto. E spesso sintetizzano una serie di elementi di immediata comprensione, che non richiedono la fatica di un’interpretazione ma che, proprio per questo, prestano il fianco a un sensazionalismo “acchiappa-ascolti” che non rende un servizio all’informazione. È vero che lo spettatore – etimologicamente – è “colui che guarda”, ma questo non autorizza il piccolo schermo a ricorrere sistematicamente all’effetto shock visivo.

Anche le modalità con cui la tv presenta la cronaca nera sono spesso scorrette. Nella vicenda di Brembate sono state largamente riproposti i toni e le modalità che hanno caratterizzato, per esempio, anche l’omicidio di Sarah Scazzi ad Avetrana e quello di Meredith Kercher a Perugia. Molti programmi del piccolo schermo nostrano riescono nel pessimo intento di trasformare qualunque fattaccio in un giallo a puntate o, peggio, in una rappresentazione stile thriller che non è più informazione ma diventa “infotainment” (intrattenimento pseudo-informativo) o – peggio – in “infoshow” (informazione-spettacolo).

Gli ingredienti di tali programmi sono i soliti: poche certezze, molte ipotesi spesso fantasiose, l’inevitabile squadra di esperti che mescola il criminologo con lo scrittore/opinionista, il sistematico ricorso a ricostruzioni fantasiose e addirittura a “plastici” per rappresentare come vere quelle che sono soltanto ipotese o interpretazioni (spesso tanto suggestive quanto fantasiose).

Da canto loro, i conduttori di questo genere di programmi – che spesso, non dimentichiamolo, sono giornalisti – hanno gioco facile a rimestare nel torbido, come se non esistessero un’etica e una deontologia professionale che invece li obbligano a precisi comportamenti. Proprio nei giorni scorsi l’Ordine dei Giornalisti ha diramato una nota ufficiale sugli eccessi della cronaca televisiva, citando espressamente una “spericolata leggerezza nel trattare argomenti sensibili e di forte impatto sociale”, tale da rendere necessario il “forte richiamo alle regole deontologiche” per evitare il ripetersi di “veri e propri attentati alla pertinenza e correttezza dell’informazione”. Non è mancato un monito esplicito ai giornalisti, proprio sulle modalità di rappresentazione: “Le violazioni che si sono verificate, e che eventualmente si dovessero verificare, saranno segnalate ai competenti Consigli territoriali di disciplina”.

Se la categoria vigila, anche noi spettatori e destinatari in genere dell’offerta mediatica dobbiamo fare la nostra parte, distinguendo la buona informazione da quella cattiva (che, quindi, informazione non è) e trovando i canali giusti per soddisfare la nostra legittima curiosità sui fatti del mondo. Soprattutto su quelli che vanno contro qualunque logica e qualunque buon senso, come l’omicidio di una ragazzina.

 

 

 
 
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