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venerdì 13 dicembre 2019
 

Aleppo, voci dalla città martire: così mirano ai civili

Una delle srtrade di Aziziyeh, il quartiere cristiano di Aleppo, colpite dai recenti bombardamenti dei ribelli.
Una delle srtrade di Aziziyeh, il quartiere cristiano di Aleppo, colpite dai recenti bombardamenti dei ribelli.

Da Aleppo - Nella zona di Azizieh, di maggioranza cristiana, dopo una breve sosta di pace, a metà gennaio sono ripresi i bombardamenti: cinque missili con una testata costruita con una bombola di gas GPL attraversano il cielo di Aleppo ed arrivano nella zona, a poca distanza dalla chiesa di San Francesco, che ha subito la stessa sorte nel luglio 2015. Questi missili cadono sulle abitazioni in cui la gente prova a continuare la sua vita quotidiana, anche se in città non è rimasto niente di normale. Nel quartiere gli edifici sono molto vicini gli uni agli altri, così i missili causano un doppio effetto devastando entrambe le facciate.

Ero nell’ufficio parrocchiale con alcuni collaboratori, mentre diverse altre persone facevano la fila per incontrare il parroco ed esporgli ognuno le proprie preoccupazioni e richieste di aiuti. E’ allora che cominciano a sentirsi le  esplosioni. Il primo missile era un po' lontano , a distanza di quasi 150 metri dalla chiesa. Si trattiene il fiato e si comincia a invocare la divina provvidenza: sarà l’unico o ne arriveranno altri?

Intanto si continua a discutere e a parlare, fino a quando un altro missile si fa sentire più vicino. Con una reazione istintiva, siamo balzati tutti in piedi. E’ finita la pace e si ritorna a correre, bisogna sapere dove è caduto. Mi muovo subito e comincio a chiedere e poi chiamare per telefono le famiglie dell'area dove il missile potrebbe aver colpito. 

Rimandiamo tutto. Come vigili del fuoco corriamo per strada a soccorrere le famiglie. Questo scenario l'ho visto tante volte ma l'amarezza e la tristezza sono fortissime: non è possibile abituarsi alla malvagità di chi vuol colpire gente disarmata. Sono entrato nelle case una per una e ho pregato con le famiglie. Non c’erano morti ma molti feriti, alcuni gravi. Più di tutto, c’era tanto spavento negli occhi.

Nella preghiera, in ogni casa, ho ringraziato il Signore: non c’erano morti, poteva andare peggio. Lentamente con il passare delle ore e con la luce del mattino, andando di nuovo per la strada, si è vista la quantità della devastazione delle esplosioni: case che non ci sono più; case senza finestre e senza porte con tanti ruderi all’interno; donne e uomini che provano a sistemare alla meglio la propria casa. Il danno più grave è nel cuore delle persone, sconvolte e sbandate fino a non saper più che fare.

Tornando al convento chiamo subito l’ingegnere ed andiamo insieme di nuovo a vedere le case. La maggior parte delle famiglie non un luogo dove andare. Bisogna dare un segno di speranza, bisogna fare qualcosa subito.

fra Ibrahim Faltas


17 gennaio 2016

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