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martedì 26 gennaio 2021
 

Dalla Sicilia a Bergamo per combattere il Covid-19

Alla soglia dei miei 30 anni, il 23 settembre 2019, da un piccolo paesino della Sicilia sono partito alla volta di Livorno. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti ho inseguito il sogno: diventare un ufficiale della Marina Militare. Nel percorso verso la divisa, una pandemia proprio non l’avevo messa in conto. Il Coronavirus ha cominciato a mietere sempre più vittime e la Lombardia in ginocchio ha chiesto aiuto all’Italia. In quel momento ho deciso che bisognava fare qualcosa e mi son così proposto volontario per la missione in soccorso nei luoghi martoriati dal virus. Qui ha avuto inizio una delle esperienze più forti nella mia vita.

Tra le mura dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ho avuto la possibilità di toccare con mano la sofferenza, la malattia, l’animo umano. I turni estenuanti ci hanno messo a dura prova, ma il lungo tempo che passavamo in ospedale ha creato qualcosa di speciale: una famiglia. Da una parte spesso il personale sanitario ha lasciato casa propria, per evitare il possibile contagio dei familiari, dall’altra parte i pazienti erano rimasti soli, non potendo ricevere visite. È stato quello il momento in cui ci siamo uniti.

Non c’erano più dottori, infermieri, tutti ci chiamavamo per nome. Non è stato facile, spesso ci ha assalito lo sconforto e il dolore ma tra i letti d’ospedale non abbiamo mai perso la speranza. Tutti, medici, infermieri e pazienti abbiamo trovato un calore che ci ha salvati. Loro ci chiamano angeli, eroi, ci ringraziano. La verità è che io ho trovato mio padre, mia madre, mio fratello nei loro volti; loro hanno trovato in me un amico, un figlio, un parente che non potevano abbracciare per colpa di questo maledetto virus.

Potrei raccontare migliaia di storie che ho vissuto, quella di Luigi che ha combattuto con tutte le sue forze per salvarsi, quella di Pietro, uomo di cultura che mi ha insegnato tanto, quella di Claudio che diceva gli scioglilingua in bergamasco. Tra quelle mura ho lasciato il cuore, in quegli sguardi, nelle loro mani che mi stringevano forte. Ho deciso così di scrivere un libro, per non dimenticare. Si chiama Quarantena: 14 storie ai tempi del Coronavirus. Il ricavato andrà in beneficenza per creare un ciclo virtuoso di solidarietà. Spero un giorno di poter tornare a Bergamo, quando sarà finito tutto, per abbracciare i colleghi e tutti i pazienti. Per ricordare insieme chi non ce l’ha fatta, rendergli onore. Semplicemente per riconoscersi, perché imbardati eravamo tutti uguali. Forse però no, ricordo ancora la signora che per strada sentendo la mia voce, si commosse, perché riconobbe che io ero il giovane medico che l’aveva assistita in tutto il suo percorso.

DOTTOR LEONARDO GAGLIO


10 luglio 2020

 
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