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martedì 16 luglio 2019
 

Domenica 12 maggio - IV di Pasqua

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (15,9-17)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
   

Dalla Parola alla vita

Nel tempo pasquale ci sta accompagnando la lettura del vangelo di Giovanni e il testo che la liturgia ci offre in questa quarta domenica ci permette di meditare sul tema centrale che Giovanni ha messo nei suoi scritti, ossia nel suo Vangelo, nelle Lettere e nell’Apocalisse, cioè il tema dell’amore. All’origine di tutto c’è l’amore del Padre, Dio stesso infatti è amore, ci ricorda Giovanni (1Giovanni 4,7) e Gesù lo rivela ai suoi discepoli dicendo: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore».

Gesù ci testimonia l’amore di Dio e ci ricorda che siamo amati dal Padre; lui stesso entra nell’amore del Padre e, attraverso la sua Pasqua, si dona totalmente a noi come segno di questo amore: «Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Giovanni 13,1). Dunque abbiamo la certezza di essere amati, ma Giovanni ci ricorda che si tratta di rimanere nel suo amore. Che cosa significa nel linguaggio di questo evangelista “rimanere” e perché è decisivo per il discepolo? Anzitutto Giovanni usa poco prima, nello stesso capitolo, un’immagine per noi illuminante, a proposito del tralcio e della vite: «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (Giovanni 15,4).

Il legame del tralcio e della vite è vitale, cioè da lì passa la linfa che permette di portare frutto: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla». Dunque rimanere nel suo amore significa ricevere quella forza vitale che rende la nostra vita ricca di frutti, cioè ci rende capaci di accogliere il comandamento di Gesù: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Accogliendo l’amore del Signore diventiamo a nostra volta capaci di amare davvero, perfino come Gesù, con un amore disposto a dare tutto, ad arrivare fino alla fine.

Proprio san Paolo, davanti alla parola del profeta Agabo che gli preannuncia l’arresto e la consegna nelle mani dei pagani, risponde a coloro che lo scongiurano di non mettersi in viaggio: «Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù». Come san Paolo anche tutti noi siamo chiamati a entrare nell’amore del Signore, a lasciarci amare per poter “rimanere” in questo amore, per rimanere “attaccati alla vite”, alla linfa vitale che ci rende capaci di amare davvero.

Giovanni ci ricorda ancora un ultimo aspetto dell’amore del Signore, la dimensione di elezione, di scelta: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Come discepoli del Signore allora, siamo scelti e anche mandati a portare frutto, come Gesù, facendo della nostra vita un dono. Solo lasciandoci guidare dall’amore sperimenteremo che dal Padre potremo ottenere tutto, «tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome». Davvero una promessa straordinaria!

Commento di don Marco Bove


09 maggio 2019

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