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lunedì 23 luglio 2018
 

Domenica 13 maggio - VII di Pasqua o dopo l’Ascensione

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (17,11-19)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Padre, io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.

Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

   
Dalla Parola alla vita

Abbiamo celebrato da qualche giorno, secondo il rito ambrosiano, l’Ascensione del Signore, nel ricordo del momento in cui Gesù risorto abbandona definitivamente questa terra, senza però abbandonare l’umanità a se stessa, poiché promette ai suoi il dono dello Spirito Santo. C’è nel Vangelo di oggi un verbo molto bello, che entra nella preghiera che Gesù rivolge al Padre per tutti noi: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome…». Si tratta del verbo “custodire”. Nel momento in cui qualcuno su cui sappiamo di poter contare ci lascia, può essere forte il senso di smarrimento, la sensazione di essere più soli e per questo più vulnerabili.

Come dunque il Padre potrà custodirci? Con la presenza dello Spirito Santo che è luce, forza, consolazione. Custodire ed essere custoditi è il modo con cui si esprime nelle nostre relazioni l’attenzione verso chi è più fragile o chi si trova in un momento di particolare difficoltà, è un’espressione di amore e di attenzione. Saperci e sentirci custoditi dal Padre nel suo abbraccio di amore e di bene è una certezza di cui abbiamo tutti bisogno e che ha il potere di donare pace ai nostri cuori ansiosi.

Essere custoditi significa essere difesi dal male, da chi può metterci in difficoltà, da chi può allontanarci dal Signore, cioè dall’unico vero bene della nostra vita. È per questo che il Signore Gesù chiede al Padre: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno». Da una parte la nostra lotta quotidiana è in questo mondo, nella vita di ogni giorno, a questa non si può sfuggire; dall’altra parte colui che è il Nemico del nostro vero bene è sempre all’opera, ed è per questo che abbiamo bisogno di essere custoditi, cioè difesi dal male.

La cosa più inquietante è che talvolta dobbiamo essere difesi da noi stessi, perché con le nostre scelte siamo noi la fonte di male da cui guardarsi. Certo più spesso ad opera del Maligno, ma a volte siamo molto bravi a farci del male da soli, come l’apostolo Giuda «diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù», come ci ricordano la prima lettura degli Atti degli Apostoli e il Vangelo. Il motivo del suo tradimento resta in realtà un mistero, come la ragione ultima di tanti nostri tradimenti, ma davanti alla libertà umana che sceglie il male, perfino l’amore del Signore non può nulla: «Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome… e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura».

Dunque la lotta contro il Maligno è fuori di noi e dentro di noi, ma abbiamo la certezza di non essere da soli, perché lo Spirito di Gesù risorto ci è stato promesso. Attendiamo allora il dono della Pentecoste, ma sappiamo anche che lo Spirito abita in noi già dal giorno del nostro Battesimo. Dobbiamo farne memoria e continuamente allearci con la sua opera in noi e nel mondo. Tu, Signore, vuoi custodirci nel tuo amore di Padre: vinci le nostre resistenze e fa’ che ci lasciamo amare e difendere, come figli che a te si affidano, ogni giorno, con fiducia.

Commento di don Marco Bove


10 maggio 2018

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