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lunedì 23 luglio 2018
 

Domenica 15 aprile - III di Pasqua

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (14,1-11)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me».
   

Dalla Parola alla vita

Anche in questa domenica siamo aiutati dalle parole della Scrittura a comprendere più in profondità il significato e il dono di grazia che la Pasqua del Signore ci ha conquistato. Anzitutto il Signore ha preannunciato ai suoi il compimento della sua esistenza, cosa che i discepoli faticano a comprendere, per questo motivo sono turbati, ma Gesù li rassicura su ciò che sta per accadere: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto?”». Nella sua Pasqua Gesù va a preparare un posto per i suoi, per noi tutti, nella casa del Padre suo. È un dono e una promessa di vita, una grazia che ci prospetta una comunione piena e definitiva con lui, infatti aggiunge: «perché dove sono io siate anche voi».

Gesù nella sua morte e risurrezione ha sconfitto definitivamente ciò che più temiamo, cioè la sofferenza e la morte. Non nel senso che le ha eliminate, ma le ha prese su di sé e le ha vinte. Se davvero potessimo fidarci di questa promessa, non a caso infatti ci invita ad avere fede, allora il pensiero della nostra fine e di quella dei nostri cari, non sarebbe solo carico di angoscia, ma diventerebbe il pensiero e la certezza di una “fine” come quella del Signore Gesù, cioè un compimento dell’esistenza umana verso una vita piena e definitiva, nel “posto” che lui ci ha preparato, in un abbraccio di comunione con lui, che ci vuole con sé e con tutti i nostri cari. Pensare davvero che tutti coloro che non sono più visibilmente con noi, tutti coloro che abbiamo amato, non sono “perduti” per sempre ma ci attendono nella “casa del Padre” perché il Signore ha preparato per loro un “posto”, ci dà una grande pace. E lo stesso vale per noi tutti.

Ma ancora l’apostolo Tommaso dà voce alle nostre incertezze e ai nostri dubbi sulla reale possibilità di arrivare a questa “casa”: qual è infatti la strada? Chiede infatti Tommaso: «Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Ma sappiamo bene la risposta di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita». Una vita secondo la direzione tracciata da Gesù, una vita da discepoli cioè seguendo lui, è una vita che infallibilmente ci porterà dritti a casa, alla «casa del Padre». Ma ci crediamo davvero? Questa dunque è la promessa della Pasqua e insieme la sfida, fidarci della parola di Gesù e della testimonianza di coloro che lo hanno visto risorto e lo hanno incontrato.

In questa certezza è possibile trovare la forza di affrontare anche gli ostacoli e le sofferenze della vita, in particolare quelle legate all’annuncio del Vangelo. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Colossesi, arriva a dire: «Io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Allora anche le nostre sofferenze possono essere un modo per “partecipare” a quelle del Signore nella sua Pasqua, potendole in un certo senso “offrire” per il bene nostro e di altri, per il bene della Chiesa.

Commento di don Marco Bove


12 aprile 2018

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