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martedì 13 novembre 2018
 

Domenica 22 aprile - IV di Pasqua

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (10,27-30)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai Giudei: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
    

Dalla Parola alla vita

Qual è il legame tra il pastore e le sue pecore? Secondo la Scrittura, che più volte usa quest’immagine, è un legame vitale, di cura e di attenzione. Non solo i profeti dell’Antico Testamento, ma anche l’evangelista Giovanni ne parla in modo esplicito, evidenziando soprattutto l’atteggiamento delle pecore nei confronti del loro pastore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono».

Due verbi in particolare indicano l’atteggiamento fondamentale: ascoltare e seguire. Due verbi che hanno un profondo valore spirituale, già nella storia dell’antico Israele. La preghiera fondamentale per un ebreo osservante iniziava proprio con un invito all’ascolto: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo…» (Deuteronomio 6,4). Noi sappiamo bene che ascoltare è molto più che “stare a sentire”, perché l’ascolto scende in profondità, lascia che le parole che Dio rivolge al suo popolo possano toccare il cuore, orientando le scelte importanti. Ascoltare significa aprire non solo l’orecchio, ma anche il cuore per fidarsi e lasciarsi guidare. È per questo che colui che ascolta è anche colui che è disposto a seguire, il secondo verbo del Vangelo di questa domenica: ascoltare è la condizione per mettersi alla sequela, per diventare discepolo di quel pastore che con la sua voce chiama e guida il suo gregge. Seguire è infatti il verbo del discepolo, colui che ha trovato colui di cui potersi fidare e dietro cui muovere i propri passi.

Ma da dove nasce questa fiducia? Sempre l’evangelista Giovanni ci suggerisce che il pastore è colui che «conosce» le sue pecore, colui che ha un legame particolare con ciascuna di loro. Nel linguaggio biblico conoscere ha un significato molto più forte di quello che siamo soliti pensare, perché non indica solamente una conoscenza razionale, che mi permette di avere molte informazioni su qualcosa o su qualcuno. Il conoscere della Scrittura significa piuttosto avere un legame profondo con colui che è conosciuto, un legame di bene, di amore. Conoscere significa amare.

Ecco allora perché il pastore ha una cura speciale nei loro confronti: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Il pastore è colui che dà la vita per le sue pecore, cioè Gesù ha donato se stesso nella sua Pasqua, nella sua passione, morte e risurrezione, e questo dono diventa per le pecore, per tutti noi, promessa di vita eterna, la vita senza fine che Gesù ci ha promesso e ci ha in un certo senso “conquistato” nella Pasqua.

Per questo possiamo stare al sicuro, perché siamo in buone mani, di Gesù e del Padre, che ci custodiscono da tutto ciò che tenta di strapparci da questo “luogo sicuro”. Spesso infatti le difficoltà della vita, le preoccupazioni o i momenti di sofferenza ci gettano nella sfiducia e nella sconforto. Le parole del Signore risorto sono però una vera promessa: «Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalle mani del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Commento di don Marco Bove


19 aprile 2018

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