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venerdì 20 settembre 2019
 

Domenica 4 agosto - VIII dopo Pentecoste

Lettura del Vangelo secondo Matteo (22,15-22)

In quel tempo. I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo il Signore Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.

Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono.
   

Dalla Parola alla vita

Il tema del potere e della responsabilità di governo è da sempre particolarmente delicato e, in una prospettiva evangelica, dovrebbe essere un vero e proprio servizio. Ma sappiamo bene che nella storia, difficilmente coloro che hanno raggiunto ruoli di potere si sono lasciati guidare davvero da principi evangelici, in particolare dalla ricerca dal bene comune.

Così è stato anche nella storia dell’antico Israele, che nel corso del tempo ha sentito il bisogno di darsi un re, un’autorità dalla quale farsi governare. È il momento di passaggio dall’epoca dei Giudici a quella della monarchia, ed è proprio a Samuele, l’ultimo dei giudici, che il popolo si rivolge per chiedere un re: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli».

Samuele resiste a questa richiesta, mette in guardia il popolo dai rischi che una simile scelta può comportare. La ragione di fondo delle resistenze di Samuele sta nella visione teologica di cui è portatore, perché l’unico che può regnare sul popolo, l’unico vero re è Dio stesso. Ma il popolo insiste: «No! Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli». Così con l’avvallo di Dio, Samuele consacrerà il primo re di Israele, Saul.

Anche Gesù si è trovato più volte a fare i conti con i potenti, con coloro che rappresentavano il potere politico, cioè i rappresentanti di Roma sostenuti dall’esercito, dunque dal potere militare, ma anche con il potere religioso cioè con i sommi sacerdoti, gli anziani: saranno proprio loro che lo consegneranno per essere crocifisso. Tentando di coglierlo in fallo su questi temi, i farisei e gli erodiani lo interpellano sulla questione delle tasse, cioè il pagamento del tributo a Cesare, ma Gesù risponde con una parola diventata proverbiale: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare», mettendo in chiaro che ci sono piani completamente diversi, cioè quello che riguarda i doveri civili, ogni credente infatti è anche un cittadino, e quello della fede, secondo cui bisogna rendere «a Dio quello che è di Dio».

Gesù dà questa risposta partendo dalla moneta del tributo, un denaro, che portava l’immagine e l’iscrizione dell’imperatore romano. Ciò su cui è impressa l’immagine di Dio è l’uomo e dunque tutto ciò che lo riguarda va “restituito”, riconsegnato nelle mani di Dio. È di Dio il primato sull’uomo e sul creato, i poteri e i potenti vengono dopo.

Certo bisogna tenerne conto, per questo san Paolo scrivendo a Timoteo, suggerisce di pregare proprio per chi ha compiti di responsabilità, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. È davvero un buon suggerimento anche per noi oggi: a volte cambiare la testa o il cuore a chi ci governa sembra proprio una impresa impossibile, chissà forse Dio potrebbe riuscirci…

Commento di don Marco Bove


01 agosto 2019

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