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sabato 20 aprile 2019
 

Gaza, un altro anno per niente

Gaza, un uomo ferito durante la guerra in mezzo alle rovine (Reuters).
Gaza, un uomo ferito durante la guerra in mezzo alle rovine (Reuters).

E' passato giusto un anno da quando Israele lanciò l'operazione "Margine protettivo" per interrompere il lancio dei razzi da Gaza contro il proprio territorio (nel solo periodo della guerra, furono sparati verso Israele 4,881 razzi e 1,753 colpi di mortaio), operazione destinata a durare 51 giorni e a provocare la morte di 2.200 palestinesi e 73 israeliani, dei quali 6 civili.

In realtà, per tutto questo anno di Gaza non si è mai smesso di parlare. Per infinite ragioni.L'ultimissima è la denuncia del premier israeliano Benjamin Netanyahu: gli uomini di Hamas avrebbero in ostaggio due cittadini israeliani, un beduino (a quanto si sa, abituato a varcare clandestinamente il confine con la Striscia) e un uomo di origine etiope, affetto da disturbi mentali. Sempre Hamas rifiuta di restituire i resti di due soldati israeliani uccisi durante la guerra.

Ma si è parlato di Gaza per la mancata ricostruzione (secondo i dati forniti dall'Unrwa, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi, 7 mila delle 12 mila abitazioni distrutte devono ancora essere riedificate, e 20 mila palestinesi ancora vivono in tende o rifugi di fortuna), per i 5 miliardi di dollari promessi da donatori internazionali (Usa e Paesi del Golfo compresi) e solo in parte arrivati e in parte ancora minore impiegati, per la pressione che i gruppi islamisti ancor più radicali esercitano su Hamas, sia all'interno della Striscia (i salafiti) sia all'esterno (le milizie affiliate all'Isis del Sinai).

Gaza, come si sa, è cinta d'assedio (via terra, mare e aria) da Israele e solo da poco l'Egitto ha riaperto il transito commerciale attraverso i suoi valichi. Cosa che ovviamente contribuisce a rendere ancor più dure le condizioni di vita degli abitanti della Striscia. Ma detto tutto questo, e altro ancora che si potrebbe dire, resta il fatto che il governo di Hamas è un fallimento e Hamas stesso non è la risposta giusta. 

C'è in questo una condizione generale dell'essere palestinesi oggi, e una particolare alla Striscia. Quella generale è il ritardo democratico: dal 2006, quando cioè Hamas vinse con il 44% dei voti le elezioni su Al Fatah (41%) poi sfociate nella guerra inter-palestinese del 2007, nessun palestinese ha più potuto votare.E i tentativi di ricostruire una qualunque specie di accordo tra le due formazioni si è risolto in una farsa. Il che implica niente rinnovamento, nessun ricambio tra i dirigenti, spartizione delle risorse, corruzione, inefficienza.

La condizione particolare è che Hamas , che esercita un governo di tipo autoritario, usa la Striscia alla sovietica, come una proprietà di partito. E altrettanto finiscono per essere le sue risorse, comprese quei fondi per la ricostruzione che a ritmo regolare (tre guerre negli ultimi sei anni) vanno a rimpinguare le casse appunto di Hamas e degli imprenditori di tutte le sponde che possono fornire certe materie prime.

In poche parole: qualunque sia il giudizio che si vuol dare di Israele e delle sue politiche, non si può usare Israele come grimaldello per giustificare qualunque cosa venga decisa da Hamas. Israele che peraltro si è ritirato da Gaza dal 2005. Hamas batta un colpo, se ne è capace. Altrimenti resta solo la strategia dei razzi. Appunto.  

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

09 luglio 2015

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