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Cardinale arcivescovo e biblista

I bambini chiassosi

Ogni volta che in una famiglia nasce un bambino, è segno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità, affermava il poeta indiano Tagore. Non dobbiamo però ignorare il rovescio della medaglia con tutte le ferite inferte all’infanzia, dall’aborto fino all’infamia della pedofilia. Noi ora introduciamo, invece, una deliziosa scenetta che descriviamo secondo la versione di Luca (18,15-17).
Siamo su una piazza di villaggio, Gesù sta passando ma viene bloccato probabilmente da alcune madri che presentano i loro piccoli perché li accarezzi e li benedica. Si può immaginare il frastuono e il movimento che coinvolge il Maestro e i suoi discepoli. Sono costoro a reagire contro quel chiasso “rimproverando” quei bambini. L’evangelista usa il verbo greco epitimáo, applicato a Cristo quando fa tacere i demoni. L’allusione è forse al fracasso “indiavolato” che faceva quella piccola folla.
Nella società di allora i bambini non erano registrati se non dopo la maggiore età, attorno ai dodici anni, e solo i maschietti. Gesù, rompendo la tradizione che considera il bimbo solo un soggetto da educare, ne fa invece un soggetto che educa gli stessi adulti. Infatti, dopo aver protestato contro lo zelo dei discepoli – «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite» – pronuncia una dichiarazione solenne che li trasforma in maestri della fede.
Dice infatti: «A chi è come loro appartiene il Regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entrerà in esso». L’esemplarità del piccolo non è nell’innocenza, a cui non si accenna. Aveva ragione sant’Agostino quando nelle Confessioni affermava che «innocente è la fragilità delle membra infantili, ma non è innocente l’animo» (I, 7). Anche il bambino ha l’impronta del peccato e lo dimostra con il suo egoismo, le sue piccole cattiverie e malizie. Quel che Gesù esalta in lui è la fiducia.
Infatti, il bambino mette sereno la sua manina in quella del padre, si abbandona alle braccia della madre, non calcola e non sospetta come noi adulti. Il Regno di Dio dev’essere accolto così, con purezza di cuore, cioè con la fiducia che fa scegliere la strada indicata da Dio stesso. Noi adulti dobbiamo spogliarci del nostro modo di vedere, pensare e agire sempre proiettato a un interesse e affidarci più spesso al Padre celeste. Una rappresentazione incisiva di questo atteggiamento di fede è in Matteo 6,25-34, ove per ben sei volte risuona l’appello a “non affannarsi” per le cose e per la stessa vita, ma ad abbandonarsi al «Padre celeste che sa ciò di cui avete necessità».
È un aspetto particolare del rapporto tra famiglia e misericordia, quello della tenerezza e della fiducia che brillano nei bambini e nei loro genitori, capaci di adempiere alla loro missione che è quella non solo di insegnare ai loro figli ma anche di imparare da loro. Scriveva uno dei padri della psicologia, Carl Gustav Jung, nel suo saggio L’integrazione della personalità: «Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi».


15 settembre 2016

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