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sabato 22 settembre 2018
 

IV Domenica di Pasqua (Anno B) - 22 Aprile 2018

IL CUORE DEL CRISTIANO SANGUINA GRATITUDINE

Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge».

Giovanni 10,11-18
  

La parola “mercenario” indica qualcuno che è ingaggiato a pagamento. Come si riconosce il Buon Pastore dal mercenario? Davanti al lupo. Davanti al pericolo. Quando bisogna fare qualcosa che non è secondo il compenso pattuito e mette a rischio il mio assetto, che cozza contro le mie strategie di sopravvivenza. Se faccio solo quel che mi remunera, io non conosco l’amore. Perfino il bene si può fare per vanagloria o perfezionismo. Ma il lupo mi smaschererà, perché l’amore affronta il lupo, la vanagloria no. Il mercenario sopravvive, fa le cose di malavoglia se non gli convengono, è il tipo che guarda l’orologio mentre visita un malato. Se sei stato malato, te li ricordi quelli che arrivavano non vedendo l’ora di andarsene…

Un po’ tutto ciò che è veramente cristiano ha questa qualità: di per sé costa troppo, non conviene. Sembra sgradevole, eppure tutti speriamo di avere un padre così, un coniuge così, una collega così. Un prete così. Qualcuno che non viva per sé, per la propria immagine e che non sia schiavo del proprio ego o del proprio piacere. Questo è ciò che ci manca, quel che il nostro cuore attende, che cerchiamo nelle relazioni. Perché solo l’amore vero dà gioia vera. Perché questa merce è così rara? La seconda lettura di questa stessa domenica ha una frase strana: «Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è». Curioso: se vedo Dio per come è divento simile a Lui. Sarebbe come a dire, al rovescio, che se il nostro amore fa cilecca e abbiamo relazioni opportunistiche dipende dal fatto che non vediamo Dio per come è. E allora questa domenica la Chiesa ci dice di guardare al Pastore buono, che è libero di dare la vita, che regala sé stesso. Ma come fa? Per dovere? È una cogenza morale? È un eroismo? Qui si svela il segreto annunziato dalla seconda lettura: «… così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore».

LA SAGGEZZA DI FIGLIO AMATO. Conosce il Padre. E così conosce l’amore, esiste di questo amore. È la sua coscienza di sé stesso, ha la saggezza di figlio amato. E di questa sapienza conosce le sue pecorelle. Cioè noi. Può dare la vita perché esiste dalla tenerezza del Padre. È esperto di quella apertura di vita paterna, generosa, che squarcia il nulla, che fa esistere. Questo è il Buon Pastore, che pasce perché è pasciuto e non ha dubbi sul suo diritto a esistere, non agisce per giustificarsi. Ha questa vita senza tirchieria, conosce l’abbondanza.

Se uno conosce la cura paterna di Dio e veramente si è lasciato sorprendere dalla scandalosa liberalità del Dio di Gesù Cristo, gli sembra sempre poco quel che dà. Ha altri parametri. Perché ha ricevuto talmente tanto che ha un cuore che sanguina gratitudine. Altrimenti cosa? Un amore fatto di forzature, di doveri, di refl‘ussi gastroesofagei esistenziali. Prima o poi si presenta il conto, magari prendendosela con sé stessi o con gli altri. Dio ci salvi dal cristianesimo acido dei mercenari. Il Signore Gesù ci doni lo Spirito di figli.


19 aprile 2018

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