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sabato 08 agosto 2020
 
Il grande libro del Creato Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

L'albero della vita nel giardino dell'Eden

Nel “paradiso terrestre” svettano due piante simboliche. Una allude all’immortalità. Non ha grande spazio nella Bibbia, ma appare alla fine come dono per il giusto

All’inizio della Quaresima ritorniamo in quel giardino-paradiso che avevamo lasciato nella scorsa tappa. Quando l’evangelista Marco descrive le tentazioni di Gesù, a differenza di Matteo e Luca che introducono un trittico di scene, ha solo questa raffigurazione: nel deserto Cristo «stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano » (1,13). Sembra quasi che Gesù sia collocato in quello spazio delizioso descritto dalla Genesi (2,9-10), in armonia con tutti gli esseri viventi.

Ora, in quel giardino simbolico che vuole descrivere il mondo così come l’avrebbe voluto il Creatore, prima che irrompesse l’uomo con la sua libertà spesso distruttiva, svettano due piante anch’esse simboliche, considerato il loro nome: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Noi ora ci soffermeremo solo sul primo, che però sarà marginale nel racconto rispetto all’altro. Tuttavia, esso era molto rilevante nelle culture in cui si era sviluppato il popolo ebraico. Infatti, nelle cosmologie dell’antico Vicino Oriente questo albero era il simbolo dell’immortalità. Un’immortalità negata all’uomo, come si narra nella celebre Epopea di Ghilgamesh, un mito mesopotamico giunto a noi in 12 tavolette di terracotta appartenenti alla biblioteca del re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C.). Questo poema epico, che risaliva al II millennio a.C., vede l’eroe protagonista alla ricerca di un vegetale misterioso il cui nome simbolico è: «Il vecchio ridiventa giovane». Dopo mirabolanti avventure, Ghilgamesh riesce a strappare un virgulto di questo albero che cresce nelle profondità marine attorno all’«Isola dei beati», una sorta di paradiso.

Nel viaggio di ritorno di Ghilgamesh alla città di cui è re, un serpente si impossessa di quel pollone e fugge via, lasciando l’eroe nella disperazione. Le parole dell’antico poema sono lapidarie e irrevocabili: «Ghilgamesh, dove vai vagabondando? La vita che tu cerchi non la potrai trovare! Quando gli dèi crearono l’uomo, in sorte gli dettero la morte e la vita trattennero per sé». Come si diceva, nella Bibbia questo albero non avrà un peso significativo e, quando lo si citerà, lo si farà in chiave simbolica morale: «Il frutto del giusto è un albero di vita… Un desiderio soddisfatto è un albero di vita… Una lingua dolce è un albero di vita» (Proverbi 11, 30; 13, 12; 15, 4).

Esso diverrà, però, anche un segno della nuova creazione alla fine dei tempi e della storia umana. Nel VI sec. a.C. il profeta Ezechiele, per indurre alla speranza gli Ebrei esuli a Babilonia, delineerà una rigenerazione della terra, ricorrendo all’immagine del Mar Morto riportato a nuova vita attraverso un’acqua pura e santa che sgorga dal lato destro del tempio di Gerusalemme. Simile a un’onda fecondatrice – si legge nel c. 47 – essa non purifica solo le acque salate del Mar Morto facendole pullulare di pesci, ma trasforma il deserto di Giuda in un giardino, popolato di alberi i cui «frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina» (47,12).

Sulla scia di questa pagina, l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, che è il canto del fine ultimo verso cui è orientata la storia, descriverà la città santa, la nuova e perfetta Gerusalemme, attraversata proprio da un fiume e dominata da un giardino veramente “paradisiaco”: «Mi mostrò un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (22,1-2). Nell’oasi paradisiaca della città santa c’è, dunque, l’«albero della vita». Il rimando è al giardino dell’Eden, ove questa pianta “teologica” – allora vietata all’uomo – incarnava l’immortalità che adesso è offerta al giusto perché viva sempre con il suo Dio nell’eternità beata.


27 febbraio 2020

 
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