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venerdì 24 maggio 2019
 

La distruzione di Montecassino

Oltre 1.200 tonnellate di bombe, ma i muri perimetrali dell'abbazia hanno resistito.
Oltre 1.200 tonnellate di bombe, ma i muri perimetrali dell'abbazia hanno resistito.

Il grande regista francese Jean Renoir l’aveva definita “la grande illusione” e anche se si riferiva alla Prima guerra mondiale, certamente questa fama vale per ogni conflitto. La Seconda guerra mondiale vive di episodi illusori che s’accompagnano tragicamente a vittorie e sconfitte, parziali o decisive. Come l’episodio di Montecassino, uno dei più tragici avvenimenti di tutto il conflitto, che vive di illusioni continue, a partire dal 22 gennaio del 1944, quando gli angloamericani decidono che è il momento di sfondare le linee nemiche e sbarcare ad Anzio, a una trentina di chilometri da Roma, in mano ai tedeschi.

Nei piani delle forze alleate, da un lato c’è lo sbarco sulla costa laziale; dall’altro, provenienti da Sud, altre forze risaliranno dalla Campania sbaragliando la difesa tedesca attestata sulla Linea Gustav. È una linea difensiva che taglia in due l’Italia, dal fiume Garigliano fino all’Abruzzo: a nord nazisti e fascisti; a sud, il re e gli alleati. Nei calcoli, e a parole, tutto sembra facile. La realtà è diversa.

Subito dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio, infatti, in un impeto d’ottimismo fuori luogo, volano aerei alleati sulla Capitale per annunciare, attraverso due milioni di volantini, che Roma sta per essere liberata. Un’illusione che durerà mesi e porterà con sé migliaia di morti innocenti. D’altra parte, lo sbarco era stato un successo in sé, rapidissimo, con 36.000 uomini sulla terraferma in sole 24 ore. Ma i tedeschi non se ne vanno da Roma, e si difendono strenuamente. Ci vorrebbe maggior rapidità d’azione, ma gli uomini sbarcati ad Anzio preferiscono rinforzare il tratto conquistato piuttosto che tentare l’avanzata. È un altro errore determinante ma, per ora, i generali sono convinti della bontà dell’operazione di rinforzo.

Nel frattempo, da sud, il generale Clark è alle prese con l'ostacolo Montecassino. È un’altura proprio sopra al paese di Cassino, dove c’è un monastero benedettino, e da lì bisogna passare perché la strada diretta che porta a Roma, la via Casilina, passa di lì. I tedeschi che difendono Montecassino hanno il vantaggio di stare in alto e vedere tutta la pianura sotto di loro. Così, Montecassino rischia di diventare un freno per l’avanzata americana. Intanto, ad Anzio, si combatte, con gli Alleati che difendono la posizione dai contrattacchi tedeschi, in attesa del ricongiungimento con le truppe di Clark. E visto che si sta perdendo troppo tempo, arriva la decisione rabbiosa degli Alleati.

Il 15 febbraio Montecassino verrà bombardata. C’è un errore di fondo in quell’idea, un’illusione ulteriore. Si pensa, infatti, che l’abbazia sia in mano ai soldati tedeschi e che, dunque, bombardando quel monastero, la via diventi libera. Distruggere l’abbazia fondata nel 529 da san Benedetto per arrivare a Roma, perché non è vero che tutte le strade portano là. A volte ce n’è una sola, di strada, costi quel che costi…

Così, nell’arco di due giorni, il 15 e il 16 febbraio di settant’anni fa, si compie uno degli scempi più orrendi della storia della Seconda guerra mondiale: in due ondate, 776 aerei complessivi sganciano su Montecassino oltre 1.200 tonnellate di bombe. Il monastero è finalmente distrutto ma la realtà verrà conosciuta solo a guerra finita: nell’abbazia non c’era un solo soldato tedesco. Invece, oltre all’abate e ai suoi fratelli, vi erano alcuni civili, rifugiatisi lì prima, credendo di essere al sicuro.

Era stato un generale inglese, Henry Maitland Wilson, ad aver “visto” i tedeschi durante un volo ravvicinato qualche tempo prima. Aveva visto male, malissimo. Al contrario, i tedeschi avevano rassicurato il Papa che Montecassino sarebbe stata una zona senza militari e rispettarono quell’impegno, trasportando dal monastero, prima del bombardamento, proprio a Città del Vaticano alcune opere preziose e molti documenti storicamente importanti. L’illusione favorisce proprio la difesa nazista, che trova nei resti del monastero gli anfratti ideali per difendere la posizione. Il risultato è molteplice: ritardo dell’avvicinamento degli Alleati a Roma; truppe ad Anzio costrette a furiosi combattimenti nella zona che da Latina va verso i Castelli; romani disperati che credono imminente la liberazione dai tedeschi; partigiani della città indotti a uscire allo scoperto, con rischi evidentissimi.

Quanti morti sia costato un errore-orrore come quello di Montecassino è ancora oggi calcolo difficile, se non impossibile. Da quel 15 febbraio bisognerà aspettare fino al 18 maggio, ben tre mesi, per vedere le macerie di Montecassino conquistate per davvero dagli Alleati. Tre mesi di morte e distruzione dal basso a Lazio a Roma, senza contare episodi come quello di via Rasella e la strage delle Fosse Ardeatine, tre mesi che consentono ai tedeschi di preparare e fortificare le difese a nord della Capitale, per una guerra che nel nostro Paese finirà solo ad aprile del 1945, più di un anno dopo il bombardamento di Montecassino. Nato da un errore strategico, da un’illusione tattica, da una follia generale.

Solo nel periodo che va dal 15 febbraio al 18 maggio 1944, nella zona di Montecassino sono morti circa 110.000 soldati di 32 nazioni. Oltre, naturalmente, ai civili: uomini, donne, bambini, anziani. Tutti insieme, uniti nella Grande illusione.


14 febbraio 2014

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