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La prova che semina grandi divisioni

GIOBBE DERISO DALLA MOGLIE Dipinto di Giovacchino Assereto (1600-1649). Museo di belle arti di Budapest.
GIOBBE DERISO DALLA MOGLIE Dipinto di Giovacchino Assereto (1600-1649). Museo di belle arti di Budapest.

Considerato uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi, il libro di Giobbe ha alla base la storia di una famiglia felice sulla quale si abbatte la bufera di una serie impressionante di sciagure che lasciano il protagonista – uno sceicco orientale non ebreo – inebetito su un cumulo di immondizie. Di quest’opera imponente e ardua, vogliamo ora solo cogliere un aspetto minore, in riferimento al tema del legame tra famiglia e misericordia, stavolta in chiave negativa.

Misericordia e famiglia: quando le prove della vita dividono

Sì, perché la prova talvolta non unisce, ma divide; la compassione lascia il passo alla recriminazione; la misericordia si deforma in lamentela e persino in disprezzo. Basti pensare alla moglie di Giobbe che ha davanti il marito ridotto a un rudere, colpito da una «piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo» (2,8). È lì, simile a un rottame umano, mentre si gratta con un coccio, immerso nella cenere e nella sporcizia. La donna non riesce più a trattenersi e con ironia gli grida: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e poi crepa!» (2,9). Una brutalità che purtroppo spesso si ripete in certe famiglie ove tutto sembra andar male e la tentazione di incolpare l’altro diventa forte. È la rottura della relazione e degli stessi affetti. Giobbe lo esprime con un’immagine incisiva: «Il mio alito è ripugnante per mia moglie e faccio schifo persino ai figli del mio grembo» (19,17).

Il bacio, segno dell’intimità, si trasforma in nausea e il ribrezzo prende il posto della convivenza e della vicinanza affettuosa. Sì, perché in passato la situazione di Giobbe era ben diversa e nel cap. 29 egli lo descrive come segnato proprio dalla misericordia: «Soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Mi rivestivo di giustizia come di un abito, la mia equità era come il mio manto e il turbante. Ero gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo e padre per i poveri» (29,12-16).

Il Libro di Giobbe e il mistero di Dio e dell'esistenza del Male

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Torna, così, la domanda che serpeggia in molte pagine di quest’opera: la tesi che gli amici teologi di Giobbe sostengono – il bene è sempre premiato e il male punito – non è forse un colossale imbroglio e Dio non è piuttosto un imperatore impassibile, indifferente alla qualità morale delle persone?

L’interrogazione di Giobbe è soprattutto teologica, è una protesta rivolta a Dio perché risponda, si giustichi e riscatti questa palese ingiustizia. Alla fine il Signore interviene, ma l’esito non è quello che il grande sofferente s’attende, tant’è vero che alla fine è ancora sulla cenere e sulla polvere, eppure le sue parole non sono più un grido di ribellione ma una professione di fede (42,5-6). Il quadretto finale posticcio (42,10- 17) con una nuova famiglia prospera e serena è solo un modo per quietare le riserve degli ascoltatori superficiali che vogliono a tutti i costi un lieto fine. Ma per spiegare il vero significato di questo libro è necessario un lungo, paziente e accurato studio di un’opera grandiosa e misteriosa centrata sul mistero di Dio e del male.


19 agosto 2016

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