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Giornalista

Maria che insegnava le lettere e la vita

«Io spero per voi che non abbiate scelto il liceo classico perché detestate la matematica. Imparare le lingue antiche richiede le stesse cose che servono per la matematica: costanza, logica e rigore. Se siete qui perché la odiate, avete sbagliato».  Furono tra le sue prime parole dopo i convenevoli e inclinarono dal primo giorno la nostra strada in direzione di una salita. Poco contava che fossimo a pianoterra, nell'aula livida di neon di una quarta ginnasio che dava direttamente sul cortile, subito dietro i riccioli di marmo del busto di Ugo Foscolo.

Maria Marchi Alessio
 se n'è andata pochi giorni fa e non era una persona pubblica, se non tra quelli che hanno attraversato quei corridoi e quel cortile. Era sobria, asciutta: una persona seria, con una grande anima, nascosta dietro l'ariaccia austera che metteva su per difendersi nel mondo. Anche se a 14 anni si era troppo acerbi per sapere che spesso i timidi fanno così: difendono sotto una scorza ruvida insospettabili profondità.

I tempi di correzione dei compiti di latino e greco, consegnati all'ultima ora del sabato e sempre pronti il lunedì, erano da soli una lezione: il rigore e la costanza di cui parlava quel primo giorno li ha insegnati con l'esempio. Non si risparmiava ma non si accontentava: le sue domande erano un esercizio di senso critico, non bastava studiare occorreva ragionare, capitava che la vita entrasse per la finestra della letteratura. 
 
Alcuni flash tornano nella memoria nitidi come film. La lettura di un passo del Père Goriot: "Dall'età di cinquant'anni la signora Vaqueur assomiglia a tutte le donne che hanno sofferto disgrazie. Ha l'occhio vitreo, l'aria innocente d'una mediatrice in procinto di inalberarsi per farsi pagar meglio, ma pronta dall'altra parte a tutto per addolcire la propria sorte, anche a consegnare George o Pichegru, se George o Pichegru fossero ancora da consegnare". E poi quella domanda: «Vi convince questo punto? Vi sembra che l'aver sofferto nella vita produca sempre questa reazione?» Nessun testo scolastico, nessuna nota avrebbe soccorso con risposte precotte: toccava ragionarci su, pescare fuori nella vita. E a 14 anni ci si poteva arrivare a dirsi che c'è chi soffrendo impara l'empatia per il dolore altrui. «E' per questo che vi auguro di non avere mai sofferto, ma non vi posso augurare di non soffrire mai». 

Non era facile confrontarsi con domande e risposte così, però faceva crescere. Non lo era nemmeno fare i conti con la sua scabra, ma onestissima severità.
La sua professionalità rigorosa era un'asticella alta, specularmente, anche per noi: il patto era che chi fosse pescato a copiare sarebbe andato dritto all'esame di riparazione. Un errore di ortografia nel tema più bello del mondo era 4 d'ufficio, farsi beccare impreparati voleva dire abbonarsi a una domanda al giorno per un bel po'. A quell'età capitava di provarne insofferenza, di scambiare la serietà per "cattiveria" gratuita, salvo poi ringraziare da adulti, ormai consapevoli che nella vita un metodo serve e che senza regole regna il caos.

Il debito più grande, per l'insegnamento più grande: dare gerarchia ai valori, l'esercizio della responsabilità. Indimenticabile il giorno in cui, in seguito a un fatto molto serio, che non si può raccontare in dettaglio perché violerebbe la riservatezza di altre persone, venne a chiedere a una classe di quindicenni un confronto alla pari: «Davanti a quanto è accaduto io sarei propensa a comportarmi in questo e in quest'altro modo, perché mi sembra giusto per questa e per quest'altra ragione. Ma ho bisogno del vostro consenso. Ognuno ci ragioni e poi ditemi se siete d'accordo»: si trattava di aiutare qualcuno. Una lezione di vita per sempre.

Il giorno in cui leggendo (benissimo) una pagina dei Promessi sposi la voce le si incrinò un istante, portandola a interrompersi con imbarazzato cipiglio, aprì in chi seppe vederla una breccia nel carapace che proteggeva il suo spessore umano. Ma il tempo della scuola a quel punto era agli sgoccioli.  Ci sono voluti anni per capire tutto, per dare senso a certe lezioni: di alcune c'è stato modo di riparlare, a tanta distanza, in privato nel  dopo che è stato anche un'occasione di  scambio tra persone adulte, diventato un'amicizia vera, profonda. Il cipiglio non serviva più, la severità era diventata autoironia, autocritica qualche volta. La statura morale era sempre quella.

La scuola era finita da tanto, era rimasta la vita e ormai era chiaro che il greco era stato uno strumento: non era lui la lezione più importante.   

(Chiedo ai lettori perdono, per questo piccolo "abuso" del blog, piegato oggi a un ringraziamento privato. Se lo rendo pubblico è solo perché mi piacerebbe augurare a tutti i bravi insegnanti che ci sono in giro di lasciare segni così. E a tutti i ragazzi che vanno a scuola di trovare maestri così).


24 settembre 2016

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