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martedì 13 novembre 2018
 

Quando, sconfitti, camminiamo a testa bassa, Dio ci è accanto

«Dio non vuole essere amato come si ama un condottiero». Papa Francesco spiega ai pellegrini arrivati in piazza San Pietro per la consueta catechesi del mercoledì che la nostra speranza è in un Dio che non ci lascia soli. «Il segreto della strada che conduce a Emmaus», spiega commentando l’incontro dei discepoli con Gesù, «è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta, lì è il Signore e questa è la nostra speranza perché lui è accanto a noi, camminando con noi, sempre!».

Francesco descrive la scena: «Due uomini camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male. Prima di quella Pasqua erano pieni di entusiasmo: convinti che quei giorni sarebbero stati decisivi per le loro attese e per la speranza di tutto il popolo. Gesù, al quale avevano affidato la loro vita, sembrava finalmente arrivato alla battaglia decisiva: ora avrebbe manifestato la sua potenza, dopo un lungo periodo di preparazione e di nascondimento. Questo era quello che loro aspettavano. Non fu così».

La speranza dei due discepoli era una speranza «solamente umana, che ora andava in frantumi. Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male».

I due fuggono da Gerusalemme, «quella festa di Pasqua, che doveva intonare il canto della liberazione, si era invece tramutata nel più doloroso giorno della loro vita. Lasciano Gerusalemme per andarsene altrove, in un villaggio tranquillo. Hanno tutto l’aspetto di persone intente a rimuovere un ricordo che brucia. Sono dunque per strada, e camminano, tristi. Questo scenario – la strada – era già stato importante nei racconti dei vangeli; ora lo diventerà sempre di più, nel momento in cui si comincia a raccontare la storia della Chiesa.
L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita. I due discepoli marciano pensierosi e uno sconosciuto li affianca. È Gesù; ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerlo. E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”. E' questo quello che succede in questa strada, è una "terapia della speranza" e chi la fa? Gesù».

Una terapia che consiste, innanzitutto, nell’ascoltare «il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: “Noi speravamo…”, "ma...". Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza».

Gesù parla attraverso le scritture, e, continua papa Francesco, «chi prende in mano il libro di Dio non incrocerà storie di eroismo facile, fulminee campagne di conquista. La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo».

I due discepoli, infine, riconoscono il Signore nel gesto cardine dell’Eucaristia. Gesù «prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà. In questa serie di gesti, non c’è forse tutta la storia di Gesù? E non c’è, in ogni Eucaristia, anche il segno di che cosa dev’essere la Chiesa? Gesù ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita – perché non c’è amore senza sacrificio – e la offre agli altri, la offre a tutti! È un incontro rapido, quello di Gesù con i due discepoli di Emmaus. Però in esso c’è tutto il destino della Chiesa. Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore di Dio, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza. Tutti noi nella nostra vita abbiamo avuto momenti difficili, bui, momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti, ma Gesù è sempre accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dure "vai avanti, io sono con te"».


24 maggio 2017

 
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