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Nomofobia, quella paura di rimanere sconnessi

Lo hanno immaginato in molti, soprattutto dopo la diffusione del film Matrix: non stiamo vivendo una vita vera ma siamo all’interno di una realtà simulata, indotta e pilotata, una sorta di gigantesco videogioco nelle mani di una qualche divinità.
Devono aver mescolato questo ingrediente con l’immaginario del film “Una settimana da Dio” i creativi di Mophie, un’azienda americana che produce batterie per cellulari, nel presentare il loro spot al Super Bowl 2015, il più grande evento sportivo degli Usa.
La competizione è da sempre una grande vetrina commerciale in cui i pubblicitari ingaggiano una battaglia di neuroni e quelli assunti da Mophie hanno descritto l’umanità immersa in uno scenario apocalittico, che alla fine si scopre causato dell’esaurimento della batteria del cellulare di Dio.

Se molti siti hanno definito con entusiasmo questo video come "la miglior pubblicità del Super Bowl", non sono certo mancate le critiche che hanno definito questo cortometraggio pubblicitario come irriverente, irrispettoso delle vittime di eventi catastrofici o quasi blasfemo, vista l’espressione di disappunto del Creatore di fronte alla batteria scarica.
È interessante comunque, soffermarsi sull’accostamento tra la catastrofe mondiale e l’esaurimento della pila del cellulare: «Quando il tuo telefono muore, solo Dio sa cosa può succedere» recita lo slogan dei creativi di Mophie.

La disconnessione dal proprio “universo portatile” si trasforma in un evento apocalittico, che sembra sprofondare l’utente in una dimensione priva di appigli, svuotata di senso.
Questo fenomeno è così rilevante da avere persino un nome: “Nomofobia” (abbreviazione di no-mobile phobia) apparso la prima volta nel 2008 in seguito ad un'indagine condotta nel Regno Unito da YouGov che ha rilevato come il 53% degli utenti britannici cadono in uno stato ansioso se "perdono il loro cellulare, esauriscono la batteria o il credito residuo o non hanno copertura di rete”.

Gli studiosi italiani Bragazzi e Del Puente dell’Università di Genova descrivono in un documento sulla rivista Psychology Research l’ambivalenza della nomofobia: se da un lato rappresenta un guscio protettivo o uno scudo per la persona dall’altro si può trasformare in un mezzo per evitare la comunicazione sociale. Un fenomeno rischioso che non andrebbe sottovalutato, visto l’impatto che ha persino in ambito pubblicitario


04 febbraio 2015

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