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lunedì 17 giugno 2019
 
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Direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia)

Olive Foley: quando la "famiglia dello sport" vince il dolore

Anthony Foley esultante al termine di un match del "suo" Munster (2006, foto Reuters)
Anthony Foley esultante al termine di un match del "suo" Munster (2006, foto Reuters)

Durante l’incontro su “Celebrare la famiglia e lo sport”, giovedì 23 agosto, di cui ho già raccontato, è intervenuta anche Olive Foley, che ha coinvolto tutti con la sua drammatica vicenda personale, e con la sua straordinaria testimonianza di fede e di solidità. Sposata ad un famoso giocatore di rugby, Anthony Foley, stella del Munster (un città nel sud-ovest dell’Irlanda) e della nazionale irlandese, perde suo marito nell’ottobre  2016, in trasferta a Parigi da allenatore dello stesso Munster. Un problema cardiaco, imprevedibile per chi nel corso della sua pur breve vita aveva già combattuto tante battaglie, sostenuto tanti sforzi, passato tanti controlli medici.

Nella sua appassionata e commovente testimonianza, Olive ha saputo restituirci l’immagine di un atleta capace di “tenere insieme” la famiglia e lo sport agonistico, senza mai portare a casa le cose brutte, ma comunicando ai propri figli il gusto della sfida, i valori della condivisione, della disciplina, dell’impegno, della vittoria ma soprattutto della sconfitta. Uno sport, cioè, dove si può essere umani fino in fondo. E quando la notizia le è arrivata, Olive ha ricevuto il caldo abbraccio della squadra, della società, dei suoi compagni, dei tifosi, al punto che per lei è stato possibile parlare della “famiglia dello sport”, insieme a tante altre famiglie che le sono state vicine: la sua famiglia di origine, i genitori del marito, i parenti, gli stessi suoi figli, pur piccoli (undici e otto anni alla morte del padre), ma anche la comunità del vicinato, la parrocchia, e anche. Perché anche nello sport è possibile costruire con le persone legami di senso, di rispetto, di condivisione, che sostengono e costruiscono la struttura stessa della personalità, e possono aiutare a portare pesi che sembrano sostenibili, a non sentirsi soli.

Ovviamente il dolore non viene portato via, rimane, ma può essere condiviso. E la risorsa più forte, per Olive, è stata la propria esperienza di fede, già condivisa con il marito e trasmessa ai figli. E proprio per questa fede, semplice e solida, le parole di Olive sono state brucianti, davanti ai mille problemi che ci si possono presentare nella nostra vita quotidiana, difficilmente più gravi della perdita da lei subita. Nelle domande finali, infatti, Olive ha risposto, con voce insieme tremante e decisa: “Io credo che il Signore abbia un piano, e che questo piano sia buono per me. Quindi, confido e rimango attaccata al Suo piano”… dovunque la possa portare.

Ed è anche per questa testimonianza che tutta la sala, alla fine del suo intenso intervento, si è alzata in piedi, in una standing ovation con un lunghissimo applauso, ben diverso dalle tante “standing ovation” a cui anche suo marito Anthony avrà assistito negli stadi. Perché la partita qui è la vita e il suo senso: ed è un gioco per uomini e donne veri, che non temono il dolore.


24 agosto 2018

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