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giovedì 09 aprile 2020
 
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Vescovo di Noto

Per San Valentino, l'amore autentico dei «cantici più belli» del Festival

Gabbani sorridente a Sanremo 2020. Sue alcune delle più belle strofe citate (foto Ansa)
Gabbani sorridente a Sanremo 2020. Sue alcune delle più belle strofe citate (foto Ansa)

Il grande merito di Benigni – al netto di ogni esaltazione entusiastica o denigrazione unilaterale - è stato quello di aver “cantato” il Cantico dei cantici sul palco dell’Ariston. Avrà però dovuto prima giurare di impegnarsi a non “profanare” la laicità della kermesse sanremese. Ed è stato fedele a quel giuramento: la sua lettura/interpretazione del testo biblico non avrebbe rivestito l’evento di nessuna religiosità confessionale. Anzi, si sarebbe fatto il contrario: riportare il testo al suo “presunto stato originale” (laicissimo, tanto per dire), con una traduzione che lo ricondusse a un canto (o un insieme di canti poetici) tipico della lunga tradizione lirica amorosa della letteratura mesopotamica o egiziana o anche ellenistica. 

Se Sanremo è Sanremo, Benigni è Benigni: non stupisce che - per la trovata artistica - abbia originato un dibattito interessante (anche a livello popolare) sul tema centrale della vita degli esseri umani: quello dell’amore umano, nella sua condizione corporea. Una riflessione potente che dovrebbe continuare. Sembra, infatti, che - dopo la rivoluzione sessuale del ’68 - manchino orientamenti seri alla coscienza, specialmente dei giovani.

Nelle stesse parrocchie manca un linguaggio “autorevole” (anzi manca proprio ogni linguaggio) per parlarne, nel tempo (quello dell’adolescenza) in cui ce ne sarebbe particolarmente bisogno. Ci devono pensare i genitori, si dice oggi, e non i preti! Tanto più urgente questo ammonimento, quanto più gli scandali sessuali (non solo dei preti pedofili) ha creato un contesto di “caccia alla strega”, enfatizzando il sospetto verso tutti i sacerdoti che anche solo accennassero ai problemi sessuali dei ragazzi. Intanto, gli studiosi avvertono che il Cybersex (l’uso on line della pornografia attraverso Internet partirebbe già dall’età di tredici anni) è la terza dipendenza globale, dopo la prostituzione e la droga. 

Tecla, 16 anni, ha gareggiato a Sanremo. Con la sua canzone ci ha mostrato una gioventù diversa dagli stereotipi (foto Ansa)
Tecla, 16 anni, ha gareggiato a Sanremo. Con la sua canzone ci ha mostrato una gioventù diversa dagli stereotipi (foto Ansa)

Non sono solo canzonette (ma pop-theology) per riportare i giovani in Chiesa

Bisogna tenerne conto anche il giorno di San Valentino. 
Diventa urgente, perciò, un “patto educativo globale” che metta a tema la questione e aiuti tutti a trovare la strada giusta per integrare la “potenza di Eros” nella “tenerezza di Amore”: cosa difficilissima ma possibile, per restare umani, per diventare umani. Si resta e si diventa umani solo amando, perciò è decisivo sapere cos’è amore e cosa invece non è. 

Ogni a Sanremo, con note diverse (stili musicali e fraseggi diversificati) si affronta sempre lo stesso tema: il canto dell’amore. Perché seguirlo, da un punto di vista cristiano e, insisterei, teologico? La risposta ce la dona proprio il Cantico dei cantici che Benigni ha proposto. Tutti hanno capito (sia chi concorda e chi no) che quel linguaggio amoroso del corpo umano, sensuale, voluttuoso, carnale, erotico è diventato “modo vero” per dire l’amore di Dio e “viceversa” (Gabbani): che Dio non disdegna di utilizzare un linguaggio “profano” per comunicarsi agli uomini. Potremmo allora sintetizzare così: ogni parola umana sull’amore – se esprime l’autentico e vero amore umano, con qualunque simbolo lo poetizzi- può essere una “parola che Dio stesso assume” per parlare all’uomo dell’uomo e di sé come amore.

Ora, analogice loquendo (=esprimendoci per analogia) non dovrebbe essere la stessa cosa per l’evangelizzazione della Chiesa e per la predicazione del cristianesimo? Dio è solo e sempre amore, questa è la rivelazione di Gesù. Questa rivelazione non è tanto una dottrina, ma è evento nella carne umana del Figlio di Dio, il quale non ha teorizzato sull’amore, mostrandolo piuttosto nel vissuto della sua sofferenza per tutti, quale dono della vita spinta fino alla morte. Proprio come dice il Cantico: “Amore è più forte della morte e i fiumi della morte non possono travolgere Amore”.

I giovani non vanno più in Chiesa. I pochi passaggi del catechismo (se mai lo hanno seguito) li hanno dimenticati (e alcuni dicono meno male, perché chissà cosa avevano in testa). Il popolo cattolico- in generale- pare sia quello davvero meno addottrinato e la vera ignoranza è proprio su Dio, sul Dio di Gesù, amore e solo amore. In chi crede sono diffuse tante false immagini di Dio, come ha mostrato il fortunato libro di Francesco Cosentino - Non è quel che credi - che cito volentieri qui, come esempio bello di pop-Theology, cioè di una teologia popolare impegnata a parlare al cuore e all’intelligenza di tutti a servizio della gioia del Vangelo (papa Francesco).

Questa gioia non si potrà mai raggiungere se non si accoglie l’unica vera buona letizia che la fonda: Dio non è proprio così come te lo hanno insegnato, il Dio giudice, vendicativo, che condanna gli uomini, pieno di ira e di rancore, che sparge sangue se non dolore, sofferenza, malattie, per castigare uomini e donne disobbedienti alle sue leggi; non è un Dio della paura e nemmeno un “Dio tappabuchi” da commuovere con le tante preghiere, perché venga incontro e ci aiuti nelle nostre disgrazie. Ecco la fonte di ogni gioia possibile, cioè la scoperta che Dio è esattamente come lo ha insegnato Gesù: Dio è buono, è mite, è perdono; conosce le fragilità degli esseri umani e vi corrisponde con la sua “implacabile giustizia”, cioè la sua infinita misericordia.

Come dire tutto questo ai ragazzi e giovani di oggi? Dove li si potrà incontrare per dirlo, visto che non sono più dove noi preti li convochiamo? Non dovremmo “uscire” noi (secondo la bella metafora della “Chiesa in uscita” di papa Francesco) e andare nei luoghi (o non-luoghi) in cui questi si trovano, utilizzando il loro linguaggio, entrando nella loro lingua e nelle loro parole (quelle che hanno memorizzato e non dimenticano perché stanno vive nel fondo della loro anima). Molte di queste parole sono quelle delle “canzonette” di Sanremo (o le canzoni in generale), si o no? Se si, allora perché non dovremmo valorizzarle per riprendere - da qui - un contatto possibile con i giovani e parlare loro dell’umanità bella e buona di Gesù? E da dove si dovrebbe prendere la forza per stare “inchiodati” come tutti davanti alla Tv a guardare cosa succede a Sanremo, se non dalla passione dell’annuncio del Vangelo ai giovani?

È un modo per praticare la pop-Theology, come umile aiuto per illuminare le coscienze e accompagnare il cammino di vita di tanti (credenti e non credenti). Per altro, considerata l’interpretazione “libera” data da Benigni sul Cantico dei cantici, nessuno potrà negare la libertà alla “nostra interpretazione” delle canzoni che hanno vinto a Sanremo 2020, come abbiamo fatto in questi giorni (addirittura proponendo una “predica di don Fiorello”) e come adesso faremo, tanto per calare il sipario, e parlare dell’amore autentico almeno il giorno di San Valentino.

Fasma e Leo Gassman si abbracciano. I loro testi dedicati ai fragili, agli afflitti, a chi abita ai margini (foto Ansa)
Fasma e Leo Gassman si abbracciano. I loro testi dedicati ai fragili, agli afflitti, a chi abita ai margini (foto Ansa)

Sanremo: i Cantici d'amore più belli in questo tempo liquido

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L’uomo moderno ha perso di vista l’unità dell’essere umano. È il nostro tempo liquido e gassoso. Eredi del dualismo greco, facciamo fatica a riconoscere l’uomo totale, non scisso in corpo e anima, bensì corporalmente animato attraverso il nodo inscindibile dell’Amore. In verità non abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo. E l’amore è il luogo d’incontro con la verità di noi stessi e del nostro essere più profondo. Il disamore ci impoverisce, umanamente: quando la solidarietà, la condivisione, la donazione, il rispetto, l’accoglienza sono oscurate dalla sopraffazione dell’indifferenza e dell’egoismo, allora si diventa come ciechi: gli occhi pur vedendo, non vedono altro dal sé: “tu non lo dici, io non lo vedo” (Gabbani); “e faccio finta di non ricordare / E faccio finta di dimenticare” (Diodato).

È il tempo dell’amore ordinario. L’amore però, se tale, non è mai ordinario: «madre che dice del padre: “Avrei voluto solo realizzare Il mio ideale, una vita normale” Ma l’amore di normale non ha neanche le parole» (Gabbani). Il tempo dell’amore comune - dell’amore finzione che pretende tanto e troppo, dell’amore mascherato che bacia te e pensa ad un'altra, dell’amore distante che non conosce compassione, dell’amore egocentrico che trasforma tutto in una specchiera da cui guardare solo la propria bella faccia o l’amore virtuale delle facce inesistenti sul “libro delle facce” (facebook) -, genera inevitabilmente crudeltà, abbrutimento, degradazione. Non è l’amore umano, perché dimentica che soltanto l’Amore autentico dona l’intuizione dell’eternità all’esistenza dei viandanti, mendicanti di infinito: “Sai che cosa penso, Che non dovrei pensare, Che se poi penso sono un animale E se ti penso tu sei un’anima” (Diodato).

Come è possibile accettare un presente caratterizzato da un’umanità bestiale, dalla fragilità smarrita della stanchezza del vivere, dalla fragilità di chi si ammala, dalla fragilità delle relazioni, dalla fragilità della rottura dei legami, dalla fragilità della vita come corsa frenetica verso il traguardo del potere, dell’accumulare, dell’apparire? “Solo tu sai quanto fa male arrivare così in alto per poi scivolare /crollare così tante volte per poi svegliarsi di notte/ svegliarsi per le mille domande /alle quali risposta non hai /che portano solo più in basso ogni tuo singolo passo” (Gassman).

Per quanto si provi ad arginare le emergenti vulnerabilità, di fatto non si riescono a contenere le nuove povertà, precarietà, emarginazioni. È ormai dilagante il senso di smarrimento dell’uomo che si è sganciato dai quei valori e principi che da sempre avevano costituito la base della sua formazione. È troppo evidente purtroppo la perdita del significato del vivere: “e se dentro muoio lento /Sai che fuori sorrido” (Fasma).

Anche le emozioni sono fragili e portano impresse i segni dolorosi di un’umanità sanguinante. Proprio grazie a queste ferite si comprende che siamo semplicemente fatti di «miseria e grandezza». Zwei Seelen wohnen ah! in meinem Brust, diceva il grande von Goethe nel Faust: “due anime abitano ah! Nel mio petto”. Già, il re e il mendicante. Nella fragilità si nascondono delle opportunità nuove per un mondo più vero, più giusto e più buono, orientato verso la speranza della fraternità e non della disperazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’indifferenza che discrimina e uccide. “Che la vita là fuori non è sempre a colori/ ma una cosa è certa non le importa dei tuoi errori /e crollare fa male ma ritorna a sognare /che un artista è un bambino che non vuole mollare/ non bisogna affogare in ciò che non sai fare/ che vai bene così” (Gassman) / “hai capito che comunque dal dolore si può trarre una lezione/ ci vuole forza e coraggio /lo sto imparando vivendo ogni giorno questa vita” (Tecla).

La fragilità del vivere ci induce a pensare nuovi modi possibili di essere autenticamente umani, capaci di prenderci cura dell’altro, di far maturare nella solitudine dell’incontro con la nostra anima uno stare al mondo, non astrattamente, ma concretamente, con la testa e con il cuore: “Se dovessimo spiegare in pochissime parole /Il complesso meccanismo che governa l’armonia del nostro amore/ Basterebbe solamente dire senza starci troppo a ragionare/ Che sei tu che mi fai stare bene quando io sto male /e viceversa” (Gabbani).
È qui che entra in gioco l’ossimoro come possibile equilibrio dell’essere: “Parlano di pace e fanno la rivoluzione / Dittatori in testa e partigiani dentro al cuore /Non c’è soluzione che non sia l’accettazione /Di lasciarsi abbandonati all’emozione” (Gabbani).

Per capirne il significato dobbiamo risalire al termine ossimoro. Deriva dal greco e significa “acutamente stupido”. Consiste nell’accostare due termini in antitesi tra loro. Alcuni ossimori nascono per spiegare concetti particolarmente profondi, realtà indicibili, luci e ombre di una particolare emozione, di un determinato evento. Attraverso il contrasto si generano nuove possibilità positive di vita, con l’attivazione di un punto di incontro tra le innumerevoli contraddizioni dell’esistenza. È quel punto di equilibrio capace di produrre un cambiamento e una reazione salvifica.

Francesco Gabbani, dopo l’apoteosi delle antitesi e degli ossimori - Parlano di pace e fanno la rivoluzione/ Facili occasioni per difficili concetti /Anime purissime in sporchissimi difetti/ Fragili combinazioni tra ragione ed emozioni/ Solitudini e condivisioni -, infatti, apre uno squarcio di speranza e in fondo a quel tunnel, di tutto e del contrario di tutto, trova la luce dell'Amore. È lì che il disordine trova un punto di equilibrio, ma solo se si ha il coraggio di dirsi "Ti amo!", perché quello è il traguardo della corsa. Se si ha il coraggio di superare la non comunicazione dell’amore: “fai rumore sì /Che non lo posso sopportare/ Questo silenzio innaturale /Tra me e te” (Diodato).

Si può sperimentare l’energia dell’Amore che rende ribelli, rivoluzionari, con l’intelligenza di liberarci da ogni frustrazione, di sentirci stimati dall’esistenza, di sentirci felici semplicemente perché siamo vivi, perché siamo. Essere è il più grande miracolo che schiude all’esplorazione dell’agire: agere sequitur esse, il fare segue l’essere. Agiamo l’amore, perché siamo amore. L’illuminazione, infatti, è non cercare di cambiare le nostre azioni, piuttosto di scoprire il nostro essere: le azioni cambieranno di conseguenza. L’azione è secondaria, l’essere è primario. L’azione è qualcosa che fai, l’essere è qualcosa che sei. L’azione viene solo da te, ma è solo un frammento. Il tuo essere contiene il tuo passato, il tuo presente e il tuo futuro, contiene la tua eternità: “siamo candele nella notte a illuminare /mentre la gente chiude porte” (Tecla). E si potrebbe continuare. 

Ma chiudiamo qui il sipario su Sanremo, ma solo dopo aver ringraziato Famiglia cristiana per avermi “costretto” a questa fatica. Si sa, però, d’altronde che l’amore autentico è “costringente” e perciò è liberante. Sarà un ossimoro anche questo?

Fiorella Mannoia e la forza di tante donne in questo Sanremo 2020... (foto Ansa)
Fiorella Mannoia e la forza di tante donne in questo Sanremo 2020... (foto Ansa)

Per San Valentino, il Jonàs Galt che vorremmo cantato da Roberto Benigni... O Fiorella Mannoia

A tutti gli innamorati - nel giorno di San Valentino - dedico questa canzone di Jonàs Galt che Benigni potrebbe cantare il prossimo anno a Sanremo (magari dopo aver letto la Lettera di Amore a Eros di ieri). E se non la volesse cantare davvero, magari potrebbe farla cantare a Fiorella Mannoia, perché no!


La voce dell’amore

Cammini come fossi uno straniero
nella terra della tua identità
e sopporti il dolore del silenzio
di chi ogni giorno ti nasconde la verità

E ti interessa alla fine capire,
se poi di là come ne uscirai
per quell’orgoglio che ti chiude “e non respiri”
per la speranza di cambiare
 “purché la ruota giri” … “perché la vita giri”

E dovresti pensare che viene dall’alto
la voce che senti dentro di te
Una eco dei cieli da stelle remote                              
che si fa polvere dentro di te
È un suono sublime che spacca il tuo cuore
e che tutti chiamano amore…amore…amore

Viene dall’alto la voce che senti
ed è l’amore…l’amore…amore
Da stelle remote è un’eco dei cieli
ed è polvere d’amore... amore... amore

Ha sempre corpo, e lo soffri nella carne 
l’amore è balsamo per tutte le ferite 
e se ti pieghi sul disagio di qualcuno, 
ami sul serio e // non sei più nessuno.

Così vinci ogni sofferenza
e la noia che assedia l’esistenza 
di chi si sente a sé stesso 
sufficiente, ma //mente
“purché la ruota giri, perché la vita giri”

Esterno A
Ascolta la voce che viene dall’alto… 
è musica che piove e ti inumida la pelle
“è l’amor che muove il sole e le altre stelle”
sempre l’amore... l’amore è legge... dall’alto.

Esterno B
Nessuno infatti è un’isola, nessuno è chiuso in una scatola
siamo “un intero universo”, è verità, non è una favola.
A chi sostiene poi che è tutta una simulazione,
canto pure io: “non c’è nessun grado di separazione”.

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Pop-Theology per giovani. Autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano

La Pop-Theology, in quanto, "teologia popolare" s'incarica di pensare criticamente il "cattolicesimo convenzionale", svecchiando la predicazione cristiana, affinché la fede non rischi di diventare solo una maschera religiosa senza riferimento al Dio di Gesù e alla sua "umanità". È Teologia "pop", "carità intellettuale", sapendo che i giovani di oggi si esprimono con un loro particolare linguaggio, quello della musica


14 febbraio 2020

 
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