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venerdì 07 agosto 2020
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Quando un figlio è malato

Quando in una famiglia si scopre la malattia grave di un figlio, è come se si abbattesse una bufera. È ciò che era accaduto a un funzionario del re Erode Antipa di stanza a Cafarnao, cittadina sul Lago di Tiberiade snodo stradale e commerciale tra la Palestina e la Siria. Protagonista del racconto è, implicitamente, una famiglia, rappresentata dal suo genitore, e lo sbocco della vicenda vede ancora una volta in azione la misericordia di Cristo.
Il racconto si trova nel Vangelo di Giovanni (4,46-54), ma c’è un episodio analogo in Matteo (8,5-13) e Luca (7,1-10) ove, però, di scena è un centurione romano di stanza a Cafarnao che implora la guarigione di un suo servo. È lo stesso evento con varianti legate al fatto che i Vangeli non sono resoconti cronachistici, o sono due atti diversi di guarigione? La risposta divide gli studiosi; noi ci fermiamo sul testo giovanneo, in cui si hanno due reazioni differenti di Cristo. La prima è piuttosto aspra: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (4,48). È un principio caro a Gesù che vuole evitare una fede basata sul miracolo, interessata, quasi “economica”.
L’altra risposta di Cristo è, invece, ben diversa, una volta che ha potuto verificare la sincerità di quel padre, il suo dolore e l’affidamento totale che egli fa alla pura e semplice parola del Maestro, tant’è vero che non chiede a Gesù di venire da Cana, ove i due si trovano, a Cafarnao per imporre le mani sul suo ragazzo: «Va’, tuo figlio vive». L’evangelista nota, infatti, che «quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto» (4,50). Egli s’avvia, così, verso casa, reggendo nel cuore solo una promessa, privo di una prova concreta, totalmente fiducioso nella persona di Gesù.
L’esito è noto: è ancora sulla strada quando gli vengono incontro trafelati alcuni servi per comunicare la bella notizia del figlio risanato. La conferma che non sia opera del caso è di natura cronologica: il ragazzo era migliorato all’una del pomeriggio, proprio nell’ora in cui il funzionario aveva ricevuto l’assicurazione del Signore. La finale mette in scena l’intera famiglia di questo personaggio che diventa seguace di Cristo.
La misericordia di Gesù entra nell’interno delle famiglie per sostenerle nelle ore più tenebrose, in particolare quando i figli sono in situazioni disperate (pensiamo alla vedova di Nain e al figlio morto). L’evangelista Giovanni definisce questo intervento un “segno”, proprio perché Cristo non vuole che i suoi miracoli si risolvano in gesti spettacolari, ma siano una rivelazione del Regno di Dio, uno spiraglio sulla salvezza piena e non solo fisica o sociale che egli è venuto ad annunciare e attuare.
In questa luce la misericordia è il “segno” forte della liberazione che Cristo desidera donare. Egli, infatti, dichiara: «Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvarlo» (Giovanni 12,47). Perciò, in spirito ecumenico, concludiamo con le parole di Lutero: «La misericordia di Dio è come il cielo che rimane sempre fermo sopra di noi. Sotto questo tetto siamo al sicuro, dovunque ci troviamo».


08 settembre 2016

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