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venerdì 07 agosto 2020
 

Quel libeccio della speranza che spettina Bari e rigenera i cuori

Don Antonio Ruccia
Don Antonio Ruccia

Che vento tira? Non c’è dubbio: quello della speranza. E sì! Nei commenti di chi, passando davanti al castello Svevo, si fermava incuriosito e in quelli degli addetti ai lavori, che spesso bazzicano le sacrestie e che erano pronti a riconoscere i Vescovi e ad etichettarli per quanto hanno fatto e hanno cercato di tradurre senza tradire i messaggi di papa Francesco, c’era un unico leitmotiv: costruire un ponte. Non c’era in nessuno di loro la voglia di nuove cementizzazioni, di quelle che durante gli anni Ottanta e Novanta hanno fatto svoltare la città verso le nuove periferie nate con una celerità impressionate, ma il desiderio di un ponte per provare a scendere dall’arca di pace di don Tonino Bello e stringere la mano a chi ancora oggi necessita – anche nell’era della digitalizzazione e della comunicazione virtuale – di abbracciarsi e di tralasciare i venti di guerra che spesso aleggiano sul “mare nostrum”( u mare nèste). Insomma  la voglia di costruire un ponte… di pace.

Che vento tira oggi nella Bari del “Murattiano” (quel quartiere che segna l’inizio della Bari nuova) che oltre ai suoi residenti – a dir il vero sempre di meno come in tanti centri delle nostre città italiane - la mattina si popola di gente che proviene da ogni dove? Che vento tira tra i primi scesi dal treno alla stazione di piazza Moro e provenienti dai paesi della Diocesi e dalle altre località limitrofe, ma anche dal Salento e dal Foggiano? Che vento tira tra i professionisti e le professioniste in gran numero che prima di entrare in banca e in ufficio non mancano di passare dal bar per il secondo caffè, quello della carica in più dopo il “primo goccio” di casa? Che vento tira tra gli studenti che con gli zaini in spalla e il cellulare in mano – guai a non essere connessi – cercano l’ultima notizia da condividere e l’ultimo saluto prima di entrare nelle aule scolastiche? Che vento tira tra i ragazzi che accompagnati ansiosamente fin alla soglia dai loro genitori sperano che il tempo scorra veloce per tornare a casa dopo quella scuola che a volte diventa massacrante?

Uno solo: il vento della speranza. Non è un voler scrivere belle parole. Tutt’altro! E’ dire che in questa Bari frettolosa e in questa città, che è del Sud ma che spesso sa di Nord con il suo daffare commerciale, il desiderio di pace oggi si sente tutto. Anche dopo il crack della Popolare di Bari che sta diventando uno spettro per tanti. Anche dopo il crollo di quella zona industriale fatta di micro aziende che sembra non volersi riprendere. Anche dopo questa globalizzazione che cerca di svuotare le famiglie portandosele verso nuovi lidi. E sì! Anche qui, nonostante quella prestigiosa Università oggi intitolata ad Aldo Moro, in tanti partono e non sappiamo se torneranno a dire che “Bare je Bare” (Bari è Bari). Non c’è di meglio … insomma!

E’ quell’anelito che viene con il libeccio, quel vento umido, caratterizzato da raffiche violentissime, tipico del bacino del Mediterraneo. Viene da sud-ovest.   Ma soprattutto porta quell’umidità che da queste parti, con il suo tasso elevato, spesso fa la fortuna di ortopedici e fisioterapisti pronti a “oliare”, non con  olio di palma ma rigorosamente con “olio di gomito”, le spine dorsali “ingrippate” – per dirla alla barese.

E’ l’anelito della speranza racchiuso in questo vento di Sud-ovest che penetra con una facilità unica  da queste parti perché non ci sono montagne che proteggono questa città. La speranza che non cessi nella Bari commerciale e nei giovani baresi il rapporto con “un mondo altro” perché qui nessuno è diverso. Bari è città aperta e accogliente, ma spesso è lasciata sola di fronte ai grandi problemi che l’affliggono, come per la “xylella” che ha già distrutto una parte di questa regione. Fermiamola! Lo chiede anche agli uomini di fede che oggi sono riuniti qui: non contate i bottoni delle vostre talari, ma scuotete le coscienze e investite nel futuro di questa terra dove “l’oro verde” porta benessere e soprattutto pace. E’ l’anelito che si sente forte nei ragazzi. Loro lo dicono a chiare lettere: l’alternativa alla pace è un rischio incontrollato. Dobbiamo lavorare tutti per un mondo bello: oltre le frontiere per creare uno sviluppo sostenibile.

Questo vento che dal Mediterraneo sud-occidentale passa alle strade dritte del Murattiano e alla “Bari vecchia” del simposio dei Vescovi, chiede a tutti una sola cosa: non lasciatevi trasportare ma scegliete la strada della speranza, che vuol dire porsi nella logica di amare, costruire e realizzare. Scegliere di non essere superficiali, di non accontentarsi, di non essere baresi delle forme, delle parate e delle comodità e diventare costruttori della pace, di quelli che non accettano la corsa agli armamenti, la subordinazione alla fame d’interi popoli o la liceità delle armi nucleari. Di quelli che vogliono continuare a essere fautori della famiglia e accettare e promuovere l’accoglienza della vita, non disdegnando l’affido e escludendo ogni tipo di marginalità per chi è indifeso o emarginato. Insomma di una società alla barese, quella più giusta che crea futuro e lavoro rigenerando le periferie e ricominciando dalle risorse accantonate o virtualmente inutili.

Nato nel 1963, Antonio Ruccia è parroco della chiesa di San Giovanni Battista ed è stato direttore della Caritas di Bari-Bitonto, impegnato sul fronte dell'accoglienza e del dialogo. Teologo, collabora a diverse testate giornalistiche e scrive libri.


20 febbraio 2020

 
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