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sabato 04 aprile 2020
 
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Tolo Tolo, l'Italia vista da Checco Zalone

Non intendo rubare il mestiere a monsignor Davide Milani, che con il coraggio intellettuale che lo caratterizza  su questo sito ha scritto una densa e appassionata recensione controcorrente rispetto alla “vague” dei suoi colleghi,  ma voglio anch’io parlare di “Tolo Tolo”, l’ultimo riempi-sale di Checco Zalone, perché ne sono disperatamente entusiasta . L’ho visto ieri in un cinema parrocchiale intasato come una scatola di sardine (direbbe Mattia Santori), come non avveniva da anni. Penso anche allo scherzo da prete del geniaccio delle Murge: la gente affolla le sale per farsi delle matte risate, conoscendo il tipo, e si ritrova, attraverso la chiave del sarcasmo suo e del co-sceneggiatore Paolo Virzì (quell’altro geniaccio che ha letto molto Dickens, e si vede), una riflessione sull’Italia di oggi - decadente come una vecchia signora che cerca di fermare le borse sotto gli occhi con la crema antirughe -  vista dalla coda, ovvero dall’Africa nera. Come i “black glasses”, gli occhiali neri che inforchiamo per assistere a un film tridimensionale.

Spero tanto che abbia il tempo di vederlo anche Salvini, tra un rosario baciato in pubblico e uno scimmiottamento del Papa sulle nevi. Spero anche che lo leggano tutti i leghisti, i sovranisti,  i grillini, gli xenofobi, i machisti,  i fascisti, i celoduristi, le Meloni e i Grillo e tutti coloro che gridano all’invasione per raccattare voti. Con l’ultimo film avevo scritto che questo Alberto Sordi postmoderno racconta l’Italia più di Ilvo Diamanti e Giuseppe de Rita. Lo fa anche in questo nuovo lavoro che non sarà un capolavoro ma chi se ne frega. Come invidio il potere del cinema: Zalone ha spiegato il problema della disoccupazione giovanile e il fallimento di chi vuole aprire un'attività imprenditoriale, impastoiato in mille norme e pratiche burocratiche e rovinato dalle tasse, con poche battute argute ed esilaranti, più di mille inchieste giornalistiche. E ha raccontato l’invasione degli immigrati (che invasione non è, ma non importa) rovesciando il cannocchiale: partendo dal fondo. Per capire il dramma dei rifugiati basta mettersi nei loro panni, un metodo evangelico. Papa Francesco lo dice sempre, puntandosi il dito sul petto: “Mi accompagna spesso una domanda:  perché loro e non io?. Eppure non lo facciamo mai, partiamo sempre da noi stessi. Eccola l’essenza del sovranismo, il resto sono tutte scuse buone per giustificare questa pretestuosa visione nazionalista, che in fondo è solo otytusamente egoista; e se i fatti ci contraddicono ci sono sempre le fake news, le bufale utilizzate dagli xenofobi di tutto il mondo. E se qualcuno ha un sussulto di coscienza? In quel caso ci sono sempre i rosari - trasformati in rassicuranti feticci - da baciare.

“Tolo Tolo” racconta l’Italia di oggi, il dramma del Sud, la miseria di una classe politica incapace di guardare al bene comune e soprattutto l’origine della tragedia dei migranti, la causa che li spinge a cercare miglior fortuna in Europa: la disperazione di chi ha perso tutto (analoga a quella del protagonista, perchè la loro sorte è legata a doppio filo alla nostra),  i villaggi africani flagellati dalla miseria, dal terrorismo, dalla corruzione e dalle guerre civili, il calvario della traversata (mai avevamo visto immagini così realistiche dell’odissea lungo il deserto), l’ipocrisia di certo giornalismo, le torture in Libia, la navigazione nel "Mare Mostrum" in quello che è diventato un cimitero a cielo aperto, i porti chiusi, la divisione (in chilogrammi, si badi bene) dei naufraghi, da redistribuire nei vari Paesi europei. Ma che razza di Paese siamo diventati che teniamo i porti chiusi a chi salva naufraghi scampati alla morte in mare? C’è tutto, raccontato attraverso un’ironia garbata, paradossale, disneyana (ebbene sì, mi è piaciuto anche il finale della cicogna strabica, e non ha importanza se il regista si ferma un attimo prima della tragedia trasformando una donna destinata a essere stuprata come gran parte delle migranti in Lara Croft e il naufragio un balletto in mare, quella finta leggerezza, così spaventosamente grottesca, è ancor più graffiante della cruda realtà).  E’ la globalizzazione, anzi la “zalonizzazione” in salsa virzianiana, leggera e insinuante come un ago che si ficca nel cervello e non se ne va più via. Perché Africa ed Europa ormai sono attaccate, anche se ce ne vogliamo staccare. Certi critici hanno storto il naso perché non ci vedono l’arte, poveretti, avrebbero preferito un bel cortometraggio con molte pause e titoli in sovrimpressione. Zalone invece è nazional popolare e inficerà il dubbio e l'assurdità della xenofobia e del razzismo in tanti xenofobi e razzisti che lo vanno a vedere. Con un'edulcorante risata. Privilegio della commedia, fin dai tempi di Aristofane. Spero i sovranisti accorrano numerosi. Gli farà tanto bene. Ma tanto.

Post scriptum. Un pensiero devoto a tutti quelli che, vedendo il trailer, hanno proposto Zalone senatore a vita e che dopo essere usciti dal cinema si sono accorti di come la pensava veramente il regista, sbattendo loro in faccia la realtà. Si riconoscono facilmente, sono i leoni da tastiera che in queste ore sbraitano sui social. 

 

 

 


02 gennaio 2020

 
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