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mercoledì 13 novembre 2019
 
Luca, l’evangelista delle donne Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Una discepola chiamata Tabità

A suo tempo, nel nostro percorso “femminile” all’interno del Vangelo di Luca, abbiamo incontrato alcune vedove: quella di Nain che aveva perso anche il figlio, poi l’implacabile accusatrice del giudice inerte e corrotto, la donna generosa che offre i suoi spiccioli per il tempio e, in apertura di Vangelo, l’ottantaquattrenne Anna. Le vedove – che si affacciano pure nell’epistolario paolino – sono presenti anche negli Atti degli Apostoli, la seconda opera di Luca che stiamo ora sfogliando, sempre alla ricerca di figure femminili.

Appaiono, così, le vedove dei giudei della Diaspora di lingua greca che si erano poi trasferite a Gerusalemme, ove erano disponibili sinagoghe nelle quali si leggeva la Bibbia in versione greca. Alcune di esse si erano convertite al cristianesimo, ma nella comunità ecclesiale erano un po’ marginalizzate, perché venivano privilegiate quelle di origine gerosolimitana e di lingua ebraica (6,1). Il loro lamento approda ai Dodici, i quali costituiscono un corpo di assistenza e sostegno per queste vedove, affidato a sette uomini dei quali si indicano i nomi, tutti di matrice greca, come era ovvio: tra loro brilla Stefano, il primo martire cristiano, «uomo pieno di fede e di Spirito Santo» (6,5). Saranno quelli che verranno poi chiamati “diaconi”, cioè “servitori” dei poveri, in questo caso delle vedove giudeo-greche divenute cristiane.

Ora, però, da Gerusalemme ci spostiamo a Giaffa (“bella”), un antico porto sul Mediterraneo ove attraccavano le navi di Tiro coi legni di cedro per il tempio di Sion (2Cronache 2,15) e ove, secoli dopo, soggiornerà per un certo tempo anche san Pietro, che qui avrà la visione che lo condurrà dal centurione romano Cornelio per battezzarlo (Atti 10). Attualmente Giaffa è un sobborgo della moderna Tel Aviv. Siamo nella casa di una donna benestante dal nome aramaico Tabità, in greco Dorkás, che significa “Gazzella”. Era una “discepola” di Cristo, generosa e particolarmente attenta proprio alle vedove per le quali confezionava tuniche e mantelli (9,36-42).

Ecco, all’improvviso, la sciagura: Tabità si ammala e muore. Pietro, che in quel momento risiedeva a Lidda (l’attuale Lod, sede dell’aeroporto di Tel Aviv), viene d’urgenza convocato a Giaffa. La scena che gli si presenta è commovente: attorno al letto della morta si affollano tutte le vedove che erano state da lei aiutate e che piangono addolorate la scomparsa della loro benefattrice. A questo punto il racconto ha una svolta sorprendente.

Sembra quasi di vedere in filigrana la scena della figlia dodicenne di Giairo che risorge dal suo letto in seguito al comando di Gesù: Talita’ qûm, in aramaico «Fanciulla, alzati!» (Marco 5,40-41), un episodio da noi già evocato nella relazione fatta da Luca (8,43-56). Allo stesso modo, con la fede nel Cristo risorto, sorgente di vita, Pietro «fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: “Tabità, alzati!”. Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva» (9,40-41).


10 ottobre 2019

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