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martedì 13 novembre 2018
 

XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) - 17 Giugno 2018

ALLA RADICE DI QUELLO CHE C’È DI VALIDO IN NOI

Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga».

Marco 4,26-34
   

La vita che conosciamo ha un solo tipo di origine: per fecondazione. Accettare questo fatto e stare alle sue regole, curiosamente, non è così ovvio. Noi tendiamo a surrogare la vita in altri modi. Per esempio crediamo che le cose nascano dalla comprensione: crediamo di poter cambiare se capiamo che si deve cambiare. Non è vero. Capire è solo capire. Cambiar vita è un altro paio di maniche.

Non è vero nemmeno che le cose nascano per decisione, forza di volontà o impegno. San Paolo dice, in un drammatico passo della Lettera ai Romani: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). Quel che si cambia con la sola forza di volontà in genere è roba di poca profondità. Non si può imporre a qualcuno un cambiamento di vita con l’obbligo, la paura oppure il dovere. Le cose di questo genere restano esterne; appena la minaccia o il senso di colpa decadono, tutto sbiadisce e torna come prima.

La vita nasce per il dono di un seme, e così nasce la fede. Non per forza di volontà o per sensi di colpa.

I Padri definiscono il Vangelo il seme di Dio. Una parola, un seme, entra nel nostro cuore, ed ecco che inizia la vita nuova, che è una sintesi della nostra carne con la Parola di Dio, in modo analogo all’Annunciazione alla Beata Vergine Maria: arriva un dono da qualcuno che lo annuncia – può essere la nonna che ci ha insegnato a dire il rosario, o la catechista della Prima Comunione che non dimenticheremo mai, o un genitore che ci ha mostrato la bellezza degli atti cristiani, oppure un evangelizzatore che ci ha colpito al cuore con una parola – e una volta arrivato bisogna dirgli di “sì”. Come una donna accoglie il seme di un uomo, come la terra accoglie il seme del grano.

Poi la vita nuova ha il suo ritmo. Non puoi metterle fretta, fa lei la sua strada: prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco nella spiga. Non va valutata la grandezza del seme: c’è un rapporto inaudito fra un seme di senape e un arbusto di senape. Una quercia enorme può venire da una ghianda piccola.

UN DONO DI DIO. Allora cosa conta? Quel che è rilevante è se il seme c’è o no. Se le cose sono partite da un’iniziativa di Dio, o se siano l’ennesimo tentativo di autofecondazione, ce la stiamo cantando da soli, con le nostre deduzioni e le nostre coerenze. Se le cose non nascono da un dono di Dio, saranno qualcosa di mediocre.

Abbiamo allevato una generazione di cristiani con il dovere e i sensi di colpa. E i giovani sono scappati dalla Chiesa. Perché la vita che offrivamo non era quella di Dio. Era fatta di moralismi e perfezionismi.

La parabola del seme che cresce per dinamica sua propria, e quella del chicco di senape, sono un’ottima occasione per ripercorrere interiormente le cose buone che ci sono nella nostra vita, le cose feconde che abbiamo sperimentato, per tornare alla loro buona radice. Tornare all’origine buona di tutto quel che c’è di valido in noi, e intorno a noi.

E, se necessario, ritornare alla fedeltà, all’accoglienza di quella buona origine.


14 giugno 2018

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