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martedì 13 novembre 2018
 

XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) - 1 Luglio 2018

DAL PROFONDO DELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva.

Marco 5,21-43
  

In questa domenica abbiamo due storie incrociate: un padre che sta vedendo la sua figlia dodicenne morire e una donna che da dodici anni patisce emorragia. Le due storie si incastrano e si illuminano fra loro, e il numero dodici ritorna come una costante che illumina i drammi che vengono raccontati. Quali? Quello di un uomo che vede sua figlia morire sulla soglia della vita feconda – dodici anni erano l’età canonica per iniziare la trattativa verso il matrimonio, corrispondendo comunemente all’inizio del ciclo mestruale – e quello di una donna ferita nella sua fecondità, che non può diventare madre.

Uno è nientemeno che il Capo della Sinagoga, ma il suo essere tale non lo aiuta a nulla: sua figlia sta morendo, e il suo ruolo nella struttura religiosa si mostra inutile. L’altra è una donna distrutta più dalle cure che dal male che la umilia come donna e che la tiene in stato rituale di impurità, secondo le leggi del suo popolo. Entrambi pensano a gesti concreti: il padre chiede a Gesù di imporre le mani alla sua figlioletta e la donna spera di toccare le sue vesti.

Imporre le mani è il gesto tipico della benedizione paterna, e Giàiro fa una cosa inusuale: passa la sua paternità a Gesù, riconosce che come padre dovrebbe saper dare la vita a sua figlia, ma non lo sa fare.

Toccare una donna in stato impuro era vietato, ma questa donna vuole andare oltre le regole, e toccare le vesti è il contatto con qualcuno di diverso da tutti coloro che hanno affrontato la sua malattia e l’hanno solo espropriata e fatta soffrire. La religione è inutile per Giàiro. La sapienza umana dei medici ha fallito con questa donna. Ma c’è un terzo personaggio: la folla, la gente, che stringe Gesù, che rende difficile il contatto per la donna e che irride Giàiro nella sua fede e lo scoraggia ad appellarsi a Lui. La gente che stringe, urla, piange, schernisce, strepita con il suo trambusto.

OLTRE LA FORZA DELLA FOLLA. Chi riuscirà ad arrivare a Gesù, a conoscerne la potenza, a vedere la sua guarigione, saltando la forza della folla? Chi ha capito di non avere soluzioni, come questi due, chi sa di non avere più coerenze religiose da sfoderare, chi ha compreso l’inganno e i limiti della sapienza umana. Un padre disperato, una donna impoverita e sofferente.

Bisogna saper andare oltre la folla, oltre la sapienza umana, oltre la struttura religiosa. Perché Gesù vuole dialogare di persona con questa donna, e caccia via la gente dalla casa per restare con questa bambina e la sua famiglia. Gesù cerca una relazione personale, diretta, intima. Per dare una vita diversa da quella del mondo, per renderci fecondi, per guarire le nostre paternità.

Abbiamo bisogno di pescare nel tesoro prezioso dei nostri fallimenti, delle nostre angosce per toccare e farci toccare da Gesù. Chi prega? Chi conosce il proprio vuoto e invoca Dio dal profondo della propria debolezza. Chi tocca il Signore? Chi ha già sofferto troppo per continuare a illudersi con le trovate dei medici umani.

Beati i poveri in spirito. Di essi è il regno dei cieli.


28 giugno 2018

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