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lunedì 20 maggio 2019
 

Prostata, ecco i farmaci "antiandrogeni"


Caro dottore, ho avuto una recente diagnosi di tumore prostatico e sono molto spaventato poiché alcuni conoscenti mi hanno detto che posso avere una vita molto breve per colpa di questa malattia. Lei che cosa ne pensa?

ENNIO, VERONA

Caro Ennio, il tumore della prostata è una malattia molto frequente: in molti Paesi occidentali è quello più diff uso tra gli uomini: in Italia, ad esempio, esso rappresenta circa il 20 per cento dei casi che insorgono oltre i 50 anni.

Nello stesso tempo, però, la sua prognosi è molto buona: circa il 90 per cento delle persone con diagnosi di carcinoma prostatico sono vive a cinque anni dalla scoperta della malattia, e questo dato è in costante crescita, grazie all’anticipazione diagnostica e all’effi cacia delle cure disponibili, siano esse chirurgiche, radioterapiche o farmacologiche.

Oggi, grazie allo screening che viene eseguito su persone sane, normalmente con età compresa tra 50 e 75 anni, tramite uno specifi co esame del sangue (Psa) e una visita medica, si diagnosticano alterazioni cellulari che non sarebbero state mai riscontrate e, quindi, “conteggiate”. Ciò ha un chiaro vantaggio, ma anche un chiaro svantaggio.

Il primo consiste nello scovare i tumori “silenti, ma pericolosi”, già in fase precoce; il secondo nel fatto che alcune anomalie trovate potrebbero non dare mai segno di sé nella vita e, pertanto, si tratterebbe in questo caso di una sovradiagnosi, poiché porta a “trasformare in malato” una persona che, nella sostanza, non avrebbe mai avuto disturbi, se non avesse mai saputo di avere questo problema.

Per avere un’idea della grandezza di tali fenomeni, un grande studio europeo (Erspc), condotto su oltre 180.000 maschi tra 50 e 74 anni, conclude che lo screening è in grado di dare una riduzione di mortalità per cancro del 20 per cento, a fronte di una sovradiagnosi del 50 per cento, rispetto al gruppo che non ha eseguito tale monitoraggio. Oggi fortunatamente abbiamo comunque molti elementi che permettono di prevedere, in parte, l’aggressività della malattia e guidare, quindi, i medici specialisti nelle scelte terapeutiche.

La prima domanda, infatti, che ci si deve porre, prima ancora di scegliere la terapia migliore, è se il tumore prostatico diagnosticato meriti di essere curato, oppure sia tale da giustifi care la cosiddetta “cauta osservazione”, cioè la scelta di non fare alcuna cura e osservare l’evoluzione della malattia, talvolta appunto talmente lenta da non richiedere alcuna attenzione.

Qualora si ponesse poi l’indicazione a un trattamento, le possibilità sono molteplici e variano dalla radioterapia (oggi enormemente innovativa in questo campo) alla chirurgia (anche essa oggi capace di utilizzare tecniche robotiche), all’utilizzo di farmaci, tra cui in prima linea ci sono quelli “antiandrogeni” capaci cioè, tramite blocco dello stimolo di crescita che essi esercitano, di ottenere remissioni maggiori e durature della malattia stessa.

Possiamo quindi dire, per rispondere alla sua domanda, che la diagnosi di un tumore prostatico va affrontata con molta serenità e che richiede peraltro una valutazione da parte di medici esperti, all’interno di centri che abbiano possibilità di eseguire valutazioni multidisciplinari, per poter indicare la giusta strada individualizzando, persona per persona, quale sia il percorso migliore da seguire.

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