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giovedì 26 novembre 2020
 

Santuario del beato don Gnocchi - La Misericordia senza lauree che cura anima e corpo


Sessant’anni sono passati dal filo di voce che nel duomo di Milano commosse centomila persone esclamando: «Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao san Carlo». Era il funerale di don Gnocchi e l’arcivescovo Montini, poi Paolo VI, aveva detto: «Io non parlo, fate parlare un bambino». L’angelo dei mutilatini era morto il 28 febbraio del 1956 e don Giovanni Barbareschi, oggi novantaquattrenne, conosciuto per l’impegno con i partigiani, era l’amico che don Carlo aveva voluto accanto negli ultimi due mesi di vita. Ricorda: «La mattina chiese il piccolo crocifisso che la mamma gli aveva regalato per la prima Messa e volle che fosse appeso sulla tenda. Lo guardava e gli parlava con gli occhi. L’ultima parola che disse fu: “Grazie di tutto”». In quello stesso duomo, don Gnocchi fu proclamato beato nel 2009.

Misericordia nei fatti

L’anno successivo, le sue spoglie vennero traslate ai piedi dell’altare del santuario, appena costruito accanto al centro Santa Maria Nascente, una delle strutture della Fondazione don Gnocchi. Diventato un luogo di pellegrinaggio, con il Giubileo è una delle Porte sante della diocesi. «È la scelta», spiega monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione, «di indicare un modello di carità: la misericordia non la si predica, la si fa. Il dolore umano, tra enigma e mistero, accompagna tutta la vita di don Gnocchi: la sua risposta è la solidarietà, diventare grucce gli uni degli altri». Ripeteva: «Il vero curante non sarà mai uno sconfitto: la sua è la vittoria dell’ad-sistere, dello stare accanto a chi ha bisogno». Per Bazzari «questo santo della misericordia, senza lauree, è cresciuto all’università della sofferenza sulle ginocchia di sua madre Clementina». Rimane presto vedova, cresce da sola i figli in provincia di Lodi, ma due muoiono di tubercolosi. Al funerale ha il coraggio di pregare: «Due miei figli li hai già presi, Signore. Il terzo te l’offro io, perché tu lo benedica e lo conservi sempre al tuo servizio». Carletto diventa sacerdote nel 1925, impegnato in parrocchia e assistente spirituale al liceo Gonzaga. Si «ammala di ragazzite»: si interroga sul rapporto educativo con i più giovani, li visita nelle case più povere, gioca con loro a palle di neve in oratorio.

L'uomo nudo della Russia

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La svolta arriva con la guerra e la Campagna di Russia, quando partirono 68 mila alpini italiani e ne tornarono solo 12 mila. Don Carlo, che era con loro, disse: «Posso dire di aver visto finalmente l’uomo. L’uomo nudo; completamente spogliato per la violenza». Raccontò di chi si contendeva «il pezzo di pane a colpi di baionetta», ma anche dell’alpino, morente di fame, che gli cedette un tozzo dicendo: «Tu sei cappellano, puoi ancora benedire, cerca di morire dopo di me». Durante la ritirata dell’inverno del ’43, don Carlo, caduto stremato ai margini della pista, viene miracolosamente raccolto su una slitta e salvato. Al ritorno in Italia, partecipa alla Resistenza e aiuta molti partigiani a fuggire in Svizzera; quando è arrestato dalle SS, viene liberato grazie all’intervento del cardinale Schuster, l’arcivescovo di Milano.

ORFANI E “MUTILATINI”

«Con la fine della guerra», commenta Bazzari, «si passa da uno scenario di morte a uno di vita». La “ricostruzione” per don Carlo è una storia di braccia aperte con misericordia a orfani e mutilati. Il primo fu Bruno: era l’8 dicembre 1945 e don Gnocchi aveva appena terminato di celebrare la Messa ad Arosio, in provincia di Como, quando il portinaio gli venne a dire che avevano portato un bambino. Suo padre era morto in Russia: a mezzogiorno ne arrivarono altri sei, prima di sera ne aveva ventotto. Se Bruno fu il primo degli orfani di alpini accolti, Paolo fu il primo dei mutilatini. All’imbrunire, una giovane donna dal volto consumato consegnò a don Carlo il suo bambino di otto anni che si reggeva malamente sulle stampelle. «È stato lo scoppio di una bomba, padre», gli spiegò piangendo, «se ne è andata la gamba. Ho speso tutto tra medici, operazioni, specialisti. Ora non ho più niente, è due giorni che non mangiamo. Non ce la faccio più. Me lo prenda lei, padre, il bambino: che almeno possa vivere… Io posso gettarmi sotto un treno». La donna baciò il piccolo e scappò via, non ci fu modo di trattenerla.

Riabilitazione integrale

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Dopo Bruno e Paolo, don Carlo diventa il riferimento per la Chiesa e anche per lo Stato nella cura dei mutilati, disabili e orfani. L’anno prima di morire, sperimenta il primo centro-pilota con scuole e laboratori per 300 poliomielitici in zona San Siro, la cui prima pietra viene posta alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, dove oggi sorge il santuario divenuto Porta del Giubileo. 
«Don Gnocchi», aggiunge Bazzari, «è l’inventore della riabilitazione, basata sul promuovere la vita e restaurare il più possibile della persona umana». Sono le due idee a cui anche oggi la Fondazione si ispira nei 29 centri e nella trentina di ambulatori per disabili, affetti da sindromi rare, anziani e malati terminali. «Cerchiamo», conclude il presidente, «non di custodire la cenere, ma di alimentare il fuoco di don Carlo».

Quattro giorni prima di morire

Don Gnocchi chiese a don Barbareschi: «Sei pronto a rischiare la prigione per me? Io voglio dare la cornea. Se ti senti, vai a cercare un oculista. Se ti va male, sappi che andrai in galera per me». Così don Carlo ridiede la vista a Silvio, dodicenne accecato da uno schizzo di calce, e ad Amabile, un’altra bambina. Quel gesto servì a diffondere la donazione degli organi, quando ancora la Chiesa non aveva espresso un parere e l’Italia non aveva una legge in materia.

ORGANIZZARE LA VISITA

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Il santuario del beato don Carlo Gnocchi si trova a Milano, accanto al centro Santa Maria Nascente (via Capecelatro 66 - metropolitana linea 5 fermata San Siro-Ippodromo).

ORARI E CELEBRAZIONI
Orari di apertura: giorni feriali e festivi, dalle ore 8 alle 18.
Domenica e festivi Messa alle ore 10.30.
Da lunedì a venerdì: ore 12 recita del Rosario; ore 16 Messa.
Per visite guidate: tel. 02/40.30.89.11 - 02/40.30.82.26 - beatificazione@dongnocchi.it

PROGETTO BENEFICO

Riabilitare i bambini con problemi neuromotori attraverso il gioco, grazie alle più moderne tecnologie e all’utilizzo della realtà virtuale: è l’obiettivo di Care Lab messo a punto dai ricercatori della Fondazione don Gnocchi, al centro della campagna di raccolta fondi fino al 6 marzo, inviando un sms del valore di 2 euro al numero 45502. Testimonial della campagna è l’allenatore della Nazionale italiana Antonio Conte.

Nella diocesi di Milano sono state aperte 9 Porte della misericordia, mentre 59 chiese hanno ricevuto la qualifica di «chiese penitenziali» dove è sempre possibile confessarsi. Una Porta santa si trova in ciascuna delle sette zone pastorali della diocesi: sono nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, nel santuario del Sacro Monte di Varese, in San Nicolò a Lecco, nel santuario della Beata Vergine Addolorata a Rho, in quello di San Pietro da Verona a Seveso, nella chiesa dell’Istituto della Sacra Famiglia a Cesano Boscone e nella parrocchiale della Madonna della Misericordia a Bresso. Poi ci sono le Porte sante nel Duomo e, appunto, nel santuario di don Gnocchi. «Le prime», dice monsignor Pino Marelli, delegato diocesano per il Giubileo, rispondono all’idea di favorire l’accessibilità ai fedeli della zona, mentre la nona al secondo criterio indicato da papa Francesco, ovvero di luoghi che testimoniano la carità: don Carlo Gnocchi è uno straordinario testimone di carità verso i più piccoli, particolarmente amato nella nostra diocesi».

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